Il modello di rapporto tra dipendente e impresa nato nel Novecento, basato su tempo ceduto e salario garantito, è stato messo in crisi ben prima che l’intelligenza artificiale entrasse a farne parte. In Italia, un lavoratore su dieci rimane in povertà nonostante il lavoro, meno della metà degli adulti possiede competenze digitali di base e appena il 10% partecipa a percorsi di formazione continua, un dato che mette il Paese ben al di sotto della media svedese, dove la partecipazione supera il 30%.
Diritti sociali universali: oltre la forma contrattuale
Il primo pilastro di un nuovo contratto sociale deve essere costituito da tutele invariate rispetto alla tipologia di rapporto. Malattia, maternità, formazione, previdenza, orari, salario minimo e protezione contro i rischi devono essere garantiti sia ai dipendenti a tempo indeterminato, sia ai freelance, ai part-time, ai lavoratori delle piattaforme e a chi opera su catena di montaggio. La regola fondamentale è che il diritto appartenga alla persona che lavora, non al tipo di contratto che ha firmato. Finché le garanzie rimangono legate a caselle contrattuali, ogni riorganizzazione è una scappatoia per eludere le tutele.
Trasparenza algoritmica e diritto di sapere
Nel nuovo scenario, il software decide turni, valutazioni e promozioni. È indispensabile il diritto di conoscere quali dati vengano raccolti, come l’algoritmo li elabori e chi risponda degli errori. La normativa europea prevede il “right to explanation”, ma senza una contrattazione efficace resta un semplice foglio. Nel 2016 i metalmeccanici portarono al tavolo negoziale la tematica Industria 4.0, ottenendo il diritto soggettivo alla formazione; la stessa strategia è necessaria oggi per l’AI. Un esempio concreto proviene dalla Corea del Sud, dove le vertenze presso Hyundai (2025-2026) hanno ottenuto l’obbligo di negoziare gli effetti occupazionali di ogni nuovo robot, definendo tempi, modalità di introduzione e misure di compensazione.
Formazione continua: dal conto individuale al nuovo modello educativo
Il sistema formativo italiano è stato tradizionalmente focalizzato sul conteggio delle ore invece che sull’acquisizione di competenze. Un conto personale di formazione, alimentato da impresa, Stato e lavoratore, come il Compte personnel de formation francese, dovrebbe viaggiare con la persona durante tutta la carriera. Il contratto dei metalmeccanici del 2016, che ha introdotto 24 ore di formazione annua, rimane un’eccezione. Gli ITS Academy hanno dimostrato che un approccio pratico e orientato al lavoro con le tecnologie rende occupabili più del 80% dei diplomati entro un anno, ma serve un ripensamento dell’intero sistema educativo, ancora troppo “fordista”, per insegnare a *collaborare* con le macchine anziché semplicemente a imitarle.
L’AI premia la capacità di porre domande, validare dati e prendere decisioni; penalizza chi si limita a eseguire compiti ripetitivi. Per realizzare una divisione equa del dividendo tecnologico, i guadagni in produttività devono tradursi in salari più alti, riduzioni dell’orario e investimenti in formazione. L’Italia, che registra un tasso di occupazione storico ma una produttività stagnante da trent’anni, può invertire questa tendenza solo se i benefici dell’AI sono distribuiti tramite nuovi contratti, analogamente a quanto avvenne nel 1969 con l’introduzione della settimana lavorativa di 40 ore.
Il nuovo contratto sociale non è una difesa contro l’AI, ma una risposta a un insieme di strutture obsolete: leggi, sindacati, accademie e istituzioni che non hanno risposto alle trasformazioni del lavoro. Solo con diritti trasversali, trasparenza algoritmica controllata e una formazione realmente orientata al futuro, l’Italia potrà trasformare il lavoro povero in occupazione di qualità, condividendo il potenziale dell’intelligenza artificiale con tutti i soggetti coinvolti.



