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Ucraina, com’è nato il piano Trump e la crisi con Kiev: il retroscena

(Adnkronos) –
Un piano pensato in aereo, quasi per caso, e presentato 'a sorpresa' in una telefonata. Sembra quasi la trama di un film, invece è – secondo il sito americano Axios – il percorso che ha portato gli Stati Uniti a elaborare il piano in 28 punti per porre fine alla guerra tra Ucraina e Russia: Donald Trump lo ha spedito a Kiev convinto di poter ottenere la fine del conflitto. L'Ucraina lo ha rispedito al mittente chiedendo sostanziali modifiche, ancora oggi in discussione. Per comprendere la vicenda – spiega Axios sulla base di interviste con sei funzionari statunitensi, due funzionari ucraini e un'altra fonte informata – bisogna riavvolgere il nastro fino al 22 ottobre.  In quella data, sullo stesso aereo di trovano Jared Kushner, genero di Trump, e Steve Witkoff, inviato speciale del presidente. Dall'accordo di Gaza, il duo passa ad occuparsi di Ucraina con lo stesso approccio: elaborare un piano, presentarlo e capire come raggiungere un'intesa. 
Il 25 ottobre, Witkoff e Kushner incontrano a Miami l'inviato del presidente Vladimir Putin, Kirill Dmitriev. I colloqui con Dmitriev servono a definire la bozza iniziale del documento destinato a diventare il piano. "Witkoff e Kushner non avrebbero avviato colloqui con russi e ucraini su un nuovo piano senza il via libera di Trump", dice un funzionario statunitense, delineando il quadro nel quale il segretario di Stato Marco Rubio e il vicepresidente JD Vance vengono aggiornati passo dopo passo.  Nella ricostruzione di Axios, Witkoff e Kushner incontrano nello stesso periodo anche Rustem Umerov, consigliere di Zelensky, grazie anche alla mediazione di un alto funzionario del Qatar che vanta buoni rapporti con gli inviati statunitensi, con Umerov e con Vladimir Putin. Umerov suggerisce modifiche che apparentemente vengono prese in considerazione e propone che il piano venga illustrato al presidente ucraino Volodymyr Zelensky. Il colloquio telefonico finisce per creare un equivoco enorme: Witkoff e Kushner "hanno parlato e cercato di spiegare al presidente i punti del piano, ma non è possibile farlo al telefono", dice un funzionario ucraino, fortemente contrario al piano e alla modalità di presentazione.  I due emissari di Trump attaccano il telefono convinti di aver ottenuto una sostanziale approvazione da Kiev. Witkoff, non a caso, programma un viaggio in Turchia per incontrare Zelensky il 19 novembre. Si arriva all'ultima settimana. Il 18 novembre Axios 'spoilera' il piano di Trump con alcune condizioni durissime per Kiev: Donbass alla Russia, niente truppe Nato in Ucraina, esercito ridotto a 600mila uomini. A Mosca verrebbe garantita l'eliminazione delle sanzioni e il rientro nel G8. Un trionfo per Putin.  Il no dell'Ucraina prende forma, il meeting in Turchia non c'è. Come si è arrivati a questo gelo? Secondo funzionario ucraino citato da Axios, si è trattato di un problema di comunicazione: il team di Zelensky riteneva che Witkoff e Kushner stessero solo offrendo idee iniziali, gli americani ritenevano di aver presentato una proposta formale.  Per ricucire lo strappo, Washington invia a Kiev il segretario dell'Esercito, Dan Driscoll. Intanto, i dettagli del piano diventano pubblici: l'impianto giudicato 'pro-Russia' provoca la reazione di molte cancellerie europee. Il Dipartimento di Stato, davanti alle richieste di chiarimenti, secondo due diplomatici spiega che il piano "non è di Trump". Il presidente però lo timbra e chiede la firma di Zelensky entro il 27 novembre per celebrare alla grande il Thanksgiving. In realtà, secondo il Washington Post, il numero 1 della Casa Bianca non è interessato ai dettagli del documento. L'accelerazione auspicata da Washington non c'è. Zelensky ascolta Driscoll, il piano per Kiev può essere una base di discussione ma non di più. Arriva venerdì 21 novembre e il presidente ucraino rivolge un drammatico discorso alla nazione: "Rischiamo di perdere la dignità o il sostegno di un partner strategico".  Nell'amministrazione Trump c'è chi boccia l'approccio di Driscoll: troppa fretta. Risultato? "Gli ucraini dicono che li stiamo costringendo a firmare un accordo favorevole alla Russia", la sintesi di un funzionario. La vicenda si complica e Trump deve inviare il segretario di Stato Marco Rubio ai colloqui di Ginevra, domenica 23 novembre. Tra Washington e Kiev torna parzialmente il sereno, almeno pubblicamente: gli Stati Uniti definiscono il piano "un'offerta non definitiva", l'Ucraina usa toni positivi per descrivere il dialogo. La scadenza fissata da Trump non è più perentoria, Rubio si augura che l'intesa arrivi "il più presto possibile". L'Europa elabora una propria proposta, gli Usa sembrano dare più ascolto all'Ucraina: il piano di Trump viene rivisto, i punti scendono da 28 a 19. E si continua a trattare. 
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