Il confronto sul mercato del lavoro tenutosi al Festival dell’Economia di Trento ha rivelato nodi strutturali che ostacolano la ripresa occupazionale in Italia. L’incontro, svoltosi il 22 Maggio 2026 e moderato da Giorgio Pogliotti, ha messo in luce come il tasso di occupazione, fermo al 62%, sia tra i più bassi in Europa e come le conseguenze ricadano in misura particolare su donne e giovani.
Il dibattito ha posto al centro la combinazione tra produttività, salari, innovazione e formazione come leva per ricostruire fiducia e partecipazione. Tra gli interventi sono emerse proposte diverse ma convergenti: rafforzare le competenze, coinvolgere i lavoratori nei processi di cambiamento e ripensare la spesa sociale per ridurre il numero di chi ha smesso di cercare lavoro.
Perché la qualità del lavoro conta quanto i numeri
Secondo Daniela Fumarola, segretaria generale della CISL, l’aumento dei posti non è sufficiente se manca qualità del lavoro. Senza un deciso incremento della produttività è difficile ottenere una crescita reale dei salari e maggiore stabilità contrattuale. Fumarola ha sottolineato la necessità di politiche attive che colleghino meglio territori, centri per l’impiego e mondo della formazione per rispondere ai bisogni delle imprese e dei lavoratori.
Contrattazione e partecipazione ai processi di innovazione
Nel modello prospettato dalla leader sindacale, la contrattazione di secondo livello e la partecipazione dei lavoratori all’introduzione dell’intelligenza artificiale possono sostenere salari più elevati e occupazione di qualità. La formazione continua deve essere intesa come investimento e non come costo, valorizzando il tempo dedicato all’apprendimento.
Dimensione d’impresa, formazione e il ruolo delle medie aziende
Maurizio Tarquini, direttore generale di Confindustria, ha evidenziato l’anomalia del tessuto produttivo italiano: la prevalenza di micro e piccole imprese che limita investimenti e ricerca. Le medie imprese, ha osservato, registrano risultati di produttività comparabili o superiori a quelli di altri Paesi, ma sono le micro e piccole imprese a creare il gap complessivo.
Puntare sulla crescita dimensionale e i percorsi formativi
Per Tarquini è fondamentale rafforzare il legame tra scuola, università e imprese, ridurre l’abbandono scolastico e sviluppare percorsi che insegnino a imparare a imparare. Solo così si possono creare i cosiddetti buoni lavori: posti con salari più alti, maggiore qualificazione e stabilità occupazionale, supportati da tavoli di confronto permanenti tra istituzioni, imprese e formazione.
Inattivi: profili diversi e politiche mirate
Il tema degli inattivi ha occupato una parte ampia del dibattito. Laura Zanfrini dell’Università Cattolica ha presentato una ricerca che distingue cinque profili principali: caregiver usciti dal lavoro per esigenze familiari, persone con capacità lavorativa ridotta, inattivi per scelta, soggetti stabilmente esclusi dal mercato e i cosiddetti sfiduciati, il gruppo più numeroso. Quest’ultimo comprende persone che, dopo vicende di precarietà e ripetuti insuccessi, hanno perso fiducia nel reinserimento.
Il fenomeno internazionale e le cause profonde
Dagli Stati Uniti, Nicholas Eberstadt dell’American Enterprise Institute ha portato l’esempio di una crisi di partecipazione apparentemente silenziosa: nonostante indicatori macro rassicuranti, cresce il numero di uomini che escono completamente dal mercato del lavoro. Eberstadt ha ricordato che il fenomeno non si spiega solo con trasformazioni industriali o livelli di istruzione, ma anche con fattori sociali come il sistema penale e alcune caratteristiche del welfare che possono agire da disincentivi.
Dal confronto è emersa la proposta condivisa di un patto sociale che metta insieme produttività, innovazione, salari, formazione e inclusione. Le priorità individuate includono aumentare la partecipazione femminile e giovanile, investire nelle competenze e rendere il mercato del lavoro più dinamico e sostenibile.
In conclusione, la discussione al Festival ha messo in evidenza come servano interventi coordinati e multilivello per trasformare gli squilibri strutturali in opportunità, con l’obiettivo di riportare in gioco chi oggi è escluso o ha perso fiducia e di migliorare la qualità complessiva del lavoro in Italia.