Il panorama delle professioni giuridiche ed economiche in Italia è in rapida evoluzione, grazie all’adozione sempre più diffusa di tecnologie digitali. Secondo i dati dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale della School of Management del Politecnico di Milano, gli investimenti in tecnologie digitali da parte degli studi professionali italiani hanno raggiunto i 2,01 miliardi di euro nel 2026, con una crescita prevista del 4% per il 2026.
Questa trasformazione non riguarda solo i grandi studi, ma coinvolge l’intero settore, riducendo il divario tra realtà di diverse dimensioni. Tuttavia, permangono differenze significative nella maturità digitale mentre il 68% dei micro-studi utilizza meno di due tecnologie digitali di base, l’89% dei grandi studi ne adotta almeno quattro.
L’adozione dell’Intelligenza Artificiale
L’intelligenza artificiale è uno dei principali driver di questa trasformazione. Le soluzioni di AI non integrate nei gestionali di studio sono adottate dal 62% dei grandi studi e dal 37% al 47% delle diverse professioni. Tra i grandi studi, l’adozione raggiunge il 62%, mentre tra i micro-studi si attesta al 27%.
L’IA viene utilizzata principalmente per attività di ricerca normativa, giurisprudenziale o contrattuale, con una percentuale compresa tra l’82% e l’87% a seconda della professione. La sintesi e rielaborazione di documenti è un’altra area di utilizzo significativo, con percentuali che variano dal 56% al 71%.
Applicazioni specifiche dell’IA
Le traduzioni in altre lingue sono un’altra applicazione comune dell’IA, con percentuali di utilizzo che variano dal 29% al 34%. La trascrizione e rielaborazione di riunioni è meno diffusa, con percentuali che vanno dal 12% al 21%. L’assistenza ai clienti tramite chatbot o assistenti virtuali è ancora limitata, con un utilizzo che varia dal 4% al 6%.
L’IA è anche utilizzata per la creazione di contenuti, l’analisi di atti e la predisposizione di report per i clienti, con percentuali di utilizzo che variano dal 44% al 51%. La generazione e revisione di pareri, contratti e atti è meno diffusa, con percentuali che vanno dal 23% al 34%. La creazione di contenuti di comunicazione e multimediali è adottata dal 17% al 35% degli studi, mentre l’IA viene utilizzata per l’aggiornamento e la formazione professionale dal 12% al 19%.
Le sfide del ricambio generazionale
Una delle principali sfide per gli studi professionali è il ricambio generazionale. La capacità di attrarre giovani professionisti è fortemente influenzata dalla dimensione organizzativa: il 90% dei grandi studi si considera mediamente o molto attrattivo per i giovani professionisti, mentre questa percentuale scende a meno del 35% tra i micro-studi.
Questo divario rischia di incidere sulla competitività futura delle realtà più piccole. Come afferma Claudio Rorato, Responsabile Scientifico e Direttore dell’Osservatorio Professionisti e Innovazione Digitale, “l’IA si sta affermando come driver di innovazione, in grado di stimolare l’adozione di nuovi paradigmi organizzativi, di business e relazionali.”
Tuttavia, permangono barriere all’adozione dell’IA, tra cui i rischi di violazione della privacy e della sicurezza dei dati, la scarsa conoscenza delle potenzialità e dei rischi della soluzione e il timore di perdere la capacità critica e analitica. Tra le professioni, il timore di perdere nel tempo la capacità critica e analitica oscilla tra il 55% e l’81%.
Per il biennio -, i grandi studi spingono sull’acceleratore, con il 38% che ha già pianificato investimenti specifici in AI e il 50% che li ritiene probabili e sta valutando. Tra le professioni, la percentuale di chi ha già pianificato investimenti e ha intenzione di compierli oscilla tra il 39% e il 44%.
Il valore per i clienti
Solo una percentuale compresa tra il 22% e il 27% degli studi riesce a illustrare abitualmente ai clienti il valore dei servizi erogati e a quantificare anche i benefici prodotti. I grandi studi, pur rivelando una percentuale più elevata (38%), non esprimono una tendenza marcatamente diversa, segno che il tema accomuna professioni e dimensioni diverse.
Una quota di studi compresa tra il 51% e il 72% ha difficoltà a quantificare e far percepire gli impatti dei servizi erogati ai clienti o a individuare un metodo strutturato da applicare. Pochi manifestano disinteresse per il tema, ad eccezione del 24% della categoria legale.
Il processo di innovazione negli studi professionali è ancora lontano dalla maturità. Fanno eccezione i grandi studi, che si stanno muovendo in più direzioni, innovando i modelli organizzativi, di business e relazionali. La quasi totalità di questi (oltre 90%) ha attivato processi strutturati di innovazione, con pratiche utili a migliorare l’ascolto sistematico dei clienti e la circolazione interna delle informazioni, stimolare la creatività e il process improvement e collaborare, in ottica open innovation, con diverse tipologie di realtà.
I principali ostacoli all’implementazione di un processo strutturato di innovazione negli studi professionali riguardano la mancanza di tempo e risorse da dedicare all’innovazione, la difficoltà a valutare il ritorno economico delle nuove iniziative e la cultura organizzativa poco orientata al cambiamento.
In questo contesto, la formazione e il confronto con realtà più evolute diventano una leva per la crescita individuale e organizzativa. Il coinvolgimento di tutta la struttura nel percorso di cambiamento diventa strategico per poter amplificare positivamente gli effetti delle azioni intraprese.



