Il fenomeno dell’intelligenza artificiale ha lasciato la sfera delle promesse e sta già rimodellando processi produttivi e organizzazioni. In Italia il valore del mercato è diventato misurabile: l’Osservatorio Artificial Intelligence del Politecnico di Milano segnala che nel 2026 il giro d’affari ha raggiunto 1,8 miliardi di euro, con una crescita del 50% rispetto al 2026. Parallelamente, i dati Istat mostrano che il 16,4% delle imprese con almeno dieci dipendenti utilizza tecnologie di AI, una quota che si è quasi raddoppiata rispetto all’8% del 2026 ma resta inferiore alla media UE del 20%.
Un motore di produttività guidato dall’ICT
Il settore ICT è al centro di questa trasformazione: oltre la metà delle aziende del comparto ha adottato strumenti basati su AI e, secondo il report Anitec-Assinform, l’incremento della produttività stimato nel settore supera il 25%. Cambiano i processi e si abbassano le barriere di accesso a ruoli che un tempo richiedevano competenze specialistiche: ad esempio il “vibecoding” descrive la possibilità di generare o modificare codice attraverso semplici prompt testuali, riducendo alcune attività routinarie degli sviluppatori.
Domanda di competenze e problema del mismatch
La ricerca di nuovi profili cresce rapidamente: l’Osservatorio Competenze Digitali 2026 rileva un aumento del 112% degli annunci su LinkedIn che richiedono competenze di prompt engineering in Italia. Tra le figure più ricercate figurano data analyst, artificial intelligence engineer e lead software engineer. Tuttavia permane un evidente mismatch: Eurostat nel 2026 segnalava che circa il 60% delle imprese italiane faticava a trovare professionisti ICT, mentre solo l’8% degli studenti sceglieva percorsi formativi nel settore, il livello più basso nell’Unione Europea.
Profili ibridi e riqualificazione
La trasformazione spinge verso profili ibridi, capaci di combinare competenze tecniche e capacità di gestione dei processi automatizzati. Le aziende si orientano su tre direttrici: riqualificare i dipendenti esistenti, assumere nuovi specialisti e ridefinire ruoli obsoleti. L’AI può automatizzare fasi di programmazione e supportare l’efficienza, ma richiede investimenti formativi mirati per evitare che il gap tra domanda e offerta diventi strutturale.
Casi concreti di ristrutturazione in Italia
In alcuni casi l’adozione dell’AI è stata direttamente collegata a riduzioni di personale. Un esempio italiano è InvestCloud Italy, che nella sua sede di Marghera ha licenziato 37 dipendenti motivando la scelta con un modello organizzativo basato sull’intelligenza artificiale e centrato su pochi centri di eccellenza globali. Altro caso significativo riguarda una graphic designer in ambito cybersecurity: dopo l’introduzione di strumenti AI il ruolo è stato soppresso e il Tribunale di Roma ha ritenuto legittimo il licenziamento per “giustificato motivo oggettivo”, segnando un precedente giurisprudenziale sull’uso dell’AI nelle scelte aziendali.
Implicazioni per lavoratori e imprese
Questi episodi non descrivono una sostituzione totale della forza lavoro, ma piuttosto una riorganizzazione e una crescente ibridazione delle competenze. Per i lavoratori significa la necessità di aggiornarsi e per le imprese l’urgenza di pianificare transizioni che combinino efficacia operativa e tutela sociale, evitando scelte improvvisate che alimentino conflitti sindacali o perdite di capitale reputazionale.
Il quadro europeo: differenze e tendenze
Allargando lo sguardo all’Europa emergono scenari diversificati. In Spagna Capgemini ha avviato una procedura di licenziamento collettivo nell’aprile 2026, motivando la necessità di adattamento tecnologico; i sindacati però hanno messo in discussione questa narrativa. Nel 2026 le tre grandi del settore Accenture, Capgemini e Infosys hanno visto ridursi complessivamente oltre 100 miliardi di dollari di capitalizzazione, segno di una fase di forte riorganizzazione finanziaria e strategica.
In Austria la percezione pubblica è negativa (il 51% teme la perdita netta di posti), ma i dati mostrano una crescita occupazionale del 3,4% nel settore IT nel 2026. Michael Zettel di Accenture Austria sintetizza il percorso in tre passi: riqualificazione, ingresso di specialisti e progressiva eliminazione dei ruoli non più compatibili con l’era digitale. Le stime indicano anche una possibile carenza di circa 39.000 professionisti IT entro il 2030.
Nella Repubblica Ceca il settore IT impiega oltre 200.000 persone (circa il 4% dell’occupazione) e mostra integrazione con multinazionali occidentali: le riduzioni annunciate da player come Oracle esistono, ma non ancora con impatto macro evidente. In Romania, dove l’IT vale circa il 6% del PIL e occupa quasi 200.000 addetti, si osserva invece una contrazione: perdita di posizioni entry-level, minore domanda dall’Europa occidentale e riduzione degli incentivi che rendono il modello basato su outsourcing più vulnerabile alla sostituzione tecnologica.
Guardando al lungo periodo, alcune proiezioni ipotizzano scenari di riduzione netta dei posti di lavoro su orizzonti molto estesi (fino al 2050), ma si tratta di stime su cui pesano forti incertezze e che non descrivono l’impatto immediato.
In sintesi, l’AI sta accelerando produttività e cambiamenti organizzativi: il compito di imprese, istituzioni formative e policy maker è favorire transizioni giuste, colmare il mismatch e creare percorsi di formazione continua affinché l’innovazione diventi opportunità sostenibile per lavoratori e territorio.