Negli ultimi mesi il mercato del lavoro italiano ha subito una trasformazione evidente: la maggior parte delle offerte di lavoro ora comunica in modo chiaro la retribuzione prevista. Questo cambiamento è prodotto da una combinazione di fattori normativi e di risposta delle imprese, e si traduce in un salto da appena il 5,3% degli annunci con stipendio nel 2020 a un sorprendente 61% a luglio 2026.
Decreto legislativo 96/2026: l’obbligo di pubblicare lo stipendio
Il 7 giugno 2026 è entrato in vigore il decreto legislativo 96/2026 che recepisce la direttiva europea sulla trasparenza retributiva. La norma impone ai datori di lavoro di indicare, già nell’annuncio, lo stipendio iniziale o una fascia di retribuzione, nonché il contratto collettivo di riferimento. È altresì proibito chiedere al candidato il salario percepito in precedenti impieghi, con l’obiettivo di evitare che una retribuzione storicamente bassa venga trasportata nel nuovo rapporto. Uno dei motivi dichiarati è il rafforzamento del principio di parità di retribuzione tra uomini e donne per lavori di pari valore.
Dati di mercato: da una quota minima al primato europeo
Le cifre raccolte da Indeed Italia mostrano una crescita rapida. A inizio 2026 il 35% degli annunci riportava la retribuzione; a luglio quel valore è salito al 61%. Questo posiziona l’Italia davanti a Paesi come i Paesi Bassi (49%), la Francia (43%), la Spagna (18%) e la Germania (14%). L’economista di Indeed Lisa Feist attribuisce il balzo all’adozione tempestiva del decreto, che ha spinto le aziende a conformarsi rapidamente, mentre in altri grandi stati europei l’adozione è più graduale.
Intervalli salariali più concreti, non più vaghi
Un timore iniziale era che le imprese potessero rispettare tecnicamente la legge indicando fasce astronomiche, inutili per i candidati. I dati però mostrano il contrario: tra il 7 giugno e il 31 agosto 2026 la mediana dell’ampiezza del range dichiarato è pari al 25% del limite inferiore, contro il 46% registrato nello stesso periodo del 2025. Tradotto in numeri, per una base di 2.000 euro l’intervallo è passato da circa 900 euro a circa 500 euro. L’economista senior Mariano Mamertino del Burning Glass Institute conferma che le aziende non stanno allargando artificialmente le forchette.
Impatto su candidati e datori di lavoro
Per i lavoratori, conoscere la retribuzione prima del colloquio elimina molte incertezze, permette di valutare subito la compatibilità con le proprie aspettative e livida il vantaggio informativo dei recruiter. Per le imprese, un annuncio più trasparente attira candidati le cui richieste salariali sono allineate, riducendo il rischio di “mismatch”. Tuttavia, la trasparenza da sola non innalza automaticamente i salari: rende più visibili i divari esistenti e mette le aziende nella posizione di dover giustificare le fasce offerte.
Effetti sulla parità di genere
Il divieto di chiedere lo stipendio precedente può contribuire a spezzare il ciclo della gender pay gap. Se le offerte sono basate su dati oggettivi anziché su salari storicamente bassi, le differenze di genere diventano più difficili da mascherare. Anche se la semplice visualizzazione del salario non elimina il divario, la sua evidenza rende più arduo mantenere disparità nascoste.
Limiti ancora presenti e prospettive future
Nonostante il notevole progresso, il 39% degli annunci rimane ancora senza indicazione retributiva. Alcune categorie contrattuali e settori godono di deroghe, e molte aziende stanno ancora adeguando i propri sistemi HR. L’adozione completa richiederà tempo, ma il passaggio dal 5,3% del 2020 al 61% di luglio rappresenta già un cambiamento di scala. La sfida successiva sarà verificare se questa maggiore trasparenza si tradurrà in salari più competitivi, in una riduzione dei divari e in un mercato del lavoro più efficiente.



