L’uso dell’intelligenza artificiale per determinare gli stipendi sta diventando sempre più comune, ma questa pratica solleva importanti questioni. La California ad esempio, ha recentemente ampliato le sue regole sulla trasparenza salariale rendendo obbligatoria la pubblicazione delle fasce retributive per ogni posizione aperta. Questa mossa arriva in un momento in cui molti datori di lavoro stanno affidando agli algoritmi la decisione su quanto pagare i loro dipendenti.
Tuttavia, affidarsi esclusivamente all’AI per la gestione degli stipendi può portare a squilibri significativi. Gli algoritmi sono eccellenti nel raccogliere dati di mercato esterni, ma spesso ignorano fattori interni come l’equità retributiva tra i dipendenti. Questo può portare a situazioni in cui i nuovi assunti ricevono stipendi più alti rispetto ai colleghi con esperienza simile, un fenomeno noto come compressione salariale.
I rischi della compressione salariale
La compressione salariale si verifica quando i nuovi assunti vengono pagati secondo i dati di mercato attuali, mentre i dipendenti esistenti rimangono con stipendi basati su dati più vecchi. Questo può creare disparità interne e portare a un aumento del turnover. Jonas Johnson, ricercatore senior di ERI Economic Research Institute, sottolinea che “tutte le decisioni finali dovrebbero essere prese da esseri umani”.
Un esempio lampante è quello degli operatori di carrelli elevatori durante il lockdown, i cui stipendi sono saliti del 22% in due mesi a causa di una carenza di manodopera. Un algoritmo di benchmarking, lasciato solo, potrebbe registrare questo picco come nuovo prezzo di riferimento e replicarlo su ogni trattativa successiva, senza considerare la natura temporanea di tale aumento.
La trasparenza salariale in Italia
In Italia non esiste ancora una norma equivalente alla legge californiana SB 642. Questo significa che le imprese possono utilizzare strumenti AI per il benchmarking salariale senza alcun obbligo di trasparenza verso i candidati. Tuttavia, il meccanismo di rischio è lo stesso ovunque un algoritmo guardi solo il mercato esterno, con o senza obbligo di pubblicare la fascia salariale.
La trasparenza retributiva diventerà decisiva per attrarre talenti già entro il 2035. Chi la tratta oggi come un adempimento americano arriverà tardi. È fondamentale che le aziende adottino un approccio equilibrato, combinando i dati di mercato forniti dall’AI con una valutazione umana delle dinamiche interne.
Le ferie e gli stipendi: cosa dice la Cassazione
Un altro aspetto cruciale riguarda gli stipendi durante le ferie. La Corte di Cassazione con l’ordinanza 18529/2026, ha stabilito che l’esclusione di alcune voci retributive non corrisponde automaticamente a una violazione del diritto alle ferie retribuite, purché la differenza non sia eccessiva. Questo perché alcuni contratti di lavoro prevedono componenti variabili legate a mansioni specifiche che non si applicano durante le ferie.
Ad esempio, un macchinista potrebbe non ricevere alcune indennità durante le ferie, come l’indennità di utilizzazione professionale o l’indennità per assenza dalla residenza. La Corte d’Appello di Torino ha rilevato che l’incidenza complessiva di queste voci era pari al 3,37% della retribuzione annua lorda, una percentuale troppo contenuta per configurare un effetto deterrente.
Tuttavia, è importante valutare caso per caso se la mancata corresponsione di queste voci determini una differenza di entità tale da poter indurre il lavoratore a non fruire delle ferie. La Cassazione ha stabilito che la valutazione di equiparabilità va condotta su periodi temporali omogenei e che la percentuale non deve essere presa come un indicatore valido in assoluto.
Il caro-affitti e le rinunce al posto fisso
In un contesto economico sempre più complesso, il caro-affitti sta avendo un impatto significativo sul mondo del lavoro. In Toscana oltre 300 insegnanti avrebbero rinunciato al posto fisso nelle scuole della regione a causa degli alti costi degli affitti e delle utenze. Questo fenomeno sta spingendo molti docenti a preferire il precariato al Sud o il ruolo in altre città più economiche.
Secondo i sindacati, il caro-affitti condiziona la scelta di molti lavoratori. Un’inchiesta Uil sullo stress da lavoro evidenzierebbe che con uno stipendio di 1.450 euro, un docente registrerebbe un deficit mensile di 190 euro. L’affitto medio di 550 euro assorbirebbe un terzo delle spese, quasi il 50% per il personale Ata.
Questa situazione sta creando difficoltà significative per le scuole, con il rischio di restare con posti scoperti nella scuola dell’infanzia e alla primaria. Alcuni docenti si stanno organizzando in stanze condivise per far fronte ai costi elevati. L’Ufficio scolastico regionale ha reso noto di aver nominato in ruolo 2.141 docenti su 2.434 disponibilità, ma il problema della precarietà rimane una sfida importante.



