La lettura del mercato del lavoro richiede più di una semplice fotografia del tasso di disoccupazione. Secondo il rapporto Employment and Social Trends 2026 dell’Organizzazione internazionale del lavoro, esistono milioni di persone che desiderano lavorare ma restano escluse dall’accesso effettivo all’impiego: per il 2026 la stima parla di 408 milioni di persone nell’area definita come jobs gap, un fenomeno che supera il numero ufficiale di disoccupati e mette in luce limiti strutturali delle opportunità lavorative.
Oltre il numero degli occupati: la qualità dell’impiego
Non basta essere occupati per assicurarsi un tenore di vita dignitoso. Il rapporto ILO evidenzia che 284 milioni di persone lavorano ma vivono in povertà estrema, con meno di 3 dollari al giorno. Questo dato sottolinea la necessità di considerare la qualità del lavoro: salari reali, stabilità contrattuale, e accesso alla protezione sociale fanno parte integrante della valutazione. Anche se i salari reali globali nel 2026 sono aumentati del 2,7%, la crescita non è stata sufficiente a recuperare completamente le perdite di potere d’acquisto subite tra il 2026 e il 2026, e in alcuni Paesi ad alto reddito i livelli rimangono inferiori a quelli pre-pandemici.
Povertà lavorativa e trend decennali
Il miglioramento nella riduzione della povertà tra i lavoratori procede a ritmi molto diversi rispetto al passato: la quota globale di lavoratori in povertà estrema nel 2026 era del 7,9%, con un calo solo parziale rispetto agli anni precedenti. Tra il 2015 e il 2026 la diminuzione è stata di soli 3,1 punti percentuali, molto inferiore al progresso registrato nel decennio precedente, evidenziando un rallentamento delle dinamiche di recupero economico per chi lavora.
Lavoro informale e disuguaglianze di accesso
Una parte significativa dell’occupazione globale rimane al di fuori dei sistemi di tutela: il rapporto indica che nel 2026 oltre un lavoratore su due opera nell’economia informale, circa 2,1 miliardi di persone, pari al 57,7% dell’occupazione mondiale. L’informalità implica spesso l’assenza di sicurezza sociale, tutele sindacali, garanzie contrattuali e protezioni per la salute e la sicurezza sul lavoro, con conseguenze dirette sulla stabilità economica delle famiglie e sulla capacità dei sistemi pubblici di offrire servizi adeguati.
Gruppi più vulnerabili: donne e giovani
Le disuguaglianze cominciano ancora prima dell’ingresso nel lavoro: le donne rappresentano solo due occupate su cinque a livello globale e, nel 2026, la partecipazione femminile al mercato del lavoro era inferiore di 24,2 punti percentuali rispetto a quella maschile. Il jobs gap femminile per il 2026 è stimato superiore di 4,3 punti percentuali a quello maschile. Tra i giovani, la situazione è critica: nel 2026 la disoccupazione giovanile globale è stata del 12,4% e la quota di giovani NEET (non in lavoro, istruzione o formazione) ha raggiunto il 20,0%, pari a 257 milioni di giovani, con un divario di 14,4 punti percentuali tra donne e uomini giovani.
Intelligenza artificiale: opportunità, esposizione e rischi
L’arrivo dell’intelligenza artificiale generativa entra in un contesto già segnato da disuguaglianze. Lo studio Generative AI and Jobs: A Refined Global Index of Occupational Exposure stima che circa 834 milioni di posti di lavoro, il 24% dell’occupazione mondiale, siano potenzialmente esposti all’AI generativa. Tuttavia, esposizione non equivale a sostituzione automatica: spesso si tratta di integrazione di attività, cambiamento delle mansioni e incremento di produttività, dipendendo in larga misura da investimenti in formazione e governance delle trasformazioni.
Differenze di impatto tra genere e Paesi
La distribuzione dell’esposizione all’AI varia: tra gli uomini riguarda il 21% dell’occupazione (circa 446 milioni di posti), mentre tra le donne sale al 28% (circa 388 milioni). Nei Paesi ad alto reddito l’esposizione arriva al 34% dell’occupazione, mentre nei Paesi a basso reddito si attesta all’11%, un dato che spesso riflette limiti infrastrutturali e di capitale umano più che una vera protezione contro gli impatti tecnologici.
Transizione giusta e ruolo degli investitori
Perché le trasformazioni tecnologiche ed ecologiche non aggravino le disuguaglianze, è necessario un approccio di transizione giusta che integri aspetti sociali e occupazionali con gli obiettivi ambientali. Per esempio, Etica Sgr ha sottoscritto nel 2018 lo Statement of Investor Commitment to Support a Just Transition on Climate Change e incorpora l’analisi degli impatti sociali nei dialoghi con le aziende. Azioni concrete, come la ratifica del Patto del buon lavoro tra Hera e le organizzazioni sindacali, mostrano come misure di governance possano favorire percorsi di transizione più equi.
Verso politiche integrate
Affrontare il futuro del lavoro significa combinare politiche di formazione, protezione sociale, dialogo sociale e investimenti responsabili. Solo così l’innovazione tecnologica e la transizione ambientale potranno diventare leve di inclusione e miglioramento delle condizioni di lavoro, evitando che il progresso economico lasci indietro milioni di persone.
