(Adnkronos) – Un esempio, un modello di come si possano condividere le risorse idriche transfrontaliere tra due Paesi. Così viene considerato il Trattato sulle acque del fiume Indo, firmato il 19 settembre del 1960 tra India e Pakistan. O meglio, tra il primo ministro indiano Jawaharlal Nehru e il presidente pachistano Ayub Khan grazie alla mediazione della Banca Mondiale e dopo negoziati duranti ben nove anni. Un accordo che l'India ha minacciato di sospendere dopo aver accusato il Pakistan di sostegno al terrorismo in relazione all'attacco nel Kashmir indiano costato la vita a 25 cittadini indiani e a un nepalese. Una misura che Islamabad ha definito ''un atto di guerra''. Perché l'80% del fabbisogno idrico pachistano deriva proprio dal bacino fluviale dell'Indo e una minore disponibilità di acqua si tradurrebbe in minori raccolti, carenze alimentari e instabilità economica. Il Trattato, come ha riconosciuto la Banca Mondiale, ha delineato linee guida chiare per la gestione equa e collaborativa del fiume Indo e dei suoi affluenti. Un sistema fluviale che è fondamentale per l'agricoltura, l'acqua potabile e l'industria sia dell'India, quanto del Pakistan e che il Trattato ha gestito in modo che i due Paesi potessero soddisfare il rispettivo fabbisogno idrico. Nel dettaglio, secondo l'accordo, Nuova Delhi ha il controllo dei fiumi orientali, ovvero il Ravi, il Beas e il Sutlej. Islamabad, invece, controlla le acque dei fiumi occidentali, che sono l'Indo, il Jhelum e il Chenab, vitali soprattutto per le province del Punjab e del Sindh. A entrambi i Paesi viene concesso uno sfruttamento limitato per altri scopi come l'irrigamento o la produzione di energia. La stipula di un trattato sulla gestione delle acque del fiume Indo e dei suoi affluenti si è reso necessario dopo che nel 1947 l'India ha ottenuto l'indipendenza dal Regno Unito. L'Indo nasce in Tibet, attraversa l'India e il Pakistan toccando anche zone territoriali dell'Afghanistan e della Cina. Dopo l'indipendenza, quindi, la gestione del fiume fu motivo di grande tensione. Nel 1948 l'India bloccò in via temporanea il flusso di acqua verso il Pakistan e Islamabad, per tutta risposta, si rivolse alle Nazioni Unite per chiedere un intervento a sua tutela. Fu l'Onu a chiedere il coinvolgimento della Banca Mondiale affinché potesse mediare tra le parti e arrivare a un accordo, firmato nel 1960. La sospensione del Trattato sull'Indo avrebbe conseguenze notevoli per il Pakistan, che da questo sistema fluviale riceve l'80% del proprio fabbisogno idrico, ovvero soddisfa i bisogni idrici di decine di milioni di persone, compresa l'acqua potabile. A farne le spese sarebbe soprattutto l'agricoltura pakistana, in particolare quella delle province del Punjab e del Sindh. Il settore agricolo contribuisce al 23% del reddito nazionale del Pakistan e sostiene il 68% della popolazione rurale. —internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com (Web Info)
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