Da tre decenni e mezzo i stipendi in Italia mostrano una crescita quasi nulla. Il periodo compreso tra il 1990 e il 2025 registra una diminuzione del salario reale medio del 2%, a fronte di incrementi significativi in molte economie avanzate.
Stagnazione salariale dal 1990: il confronto europeo
Nel medesimo intervallo temporale la Germania ha visto una crescita reale del 35% e la Francia ha registrato lo stesso balzo del 35%. La Spagna, invece, è salita del 16%, mentre la media dei paesi dell’OCSE è aumentata del 36%. Gli Stati Uniti hanno superato il 53% di crescita e il Regno Unito il 47%. Questi dati evidenziano un divario strutturale: le retribuzioni italiane sono rimaste quasi immutate, facendo perdere potere d’acquisto rispetto ai colleghi europei.
Il peso della pressione fiscale
Il secondo trimestre del 2026 l’ISTAT ha registrato una pressione fiscale complessiva del 43,5%, in crescita di 0,5 punti percentuali rispetto allo stesso periodo del 2025. Il livello più alto dal 2015, quando la pressione si attestava al 43,3%. Questo aumento riguarda imposte dirette, indirette, contributi sociali e imposte sul capitale, tradotto in una spesa fiscale più elevata per ogni cittadino.
Consumi, reddito disponibile e potere d’acquisto
Nonostante i consumi siano cresciuti dell’1,7% e il reddito disponibile delle famiglie abbia registrato un lieve +0,4% rispetto al trimestre precedente, il potere d’acquisto è calato del 0,9% nello stesso arco temporale. La discrepanza è il risultato di due forze contrapposte: l’incremento salariale medio del 14,2% dal 2015 è stato sovrastato dall’inflazione cumulata del 22,6%, provocando una perdita netta del potere d’acquisto pari all’8,4% negli ultimi dieci anni.
Disparità regionali: il Nord vs il Sud
Le analisi dell’Osservatorio JobPricing mostrano una marcata differenza geografica. Le regioni settentrionali, con la Lombardia in testa (36.331 € annui) e il Lazio (35.222 €), mantengono salari superiori alla media nazionale. Anche Liguria, Trentino-Alto Adige, Emilia-Romagna e Piemonte rientrano nella fascia alta. Al contrario, le regioni meridionali e alcune del Centro, tra cui Sicilia (27.767 €) e Calabria, si posizionano al fondo della classifica, con differenze salariali rispetto al Nord che oscillano tra 4.300 e 5.000 € annui.
Le regioni che resistono al calo del potere d’acquisto
Non tutte le aree subiscono lo stesso impatto. Il Molise è l’unica regione in cui il potere d’acquisto è aumentato del 2,8%, seguita dalle Marche con un +0,7%. Al contrario, Umbria (-15,1%), Veneto (-13,9%) e Sicilia (-13,1%) mostrano le peggiori riduzioni, indicando una erosione generalizzata del potere d’acquisto sul territorio nazionale.



