Per anni, il lavoro svolto dai detenuti è stato considerato una zona grigia, sospeso tra la funzione rieducativa della pena e la mancanza di tutela previdenziale. Con la circolare n. 74 del 16 luglio 2026, l’Inps ha compiuto un passo significativo, riconoscendo il diritto alla Naspi anche ai lavoratori detenuti. Tuttavia, le opportunità lavorative all’interno dei penitenziari rimangono insufficienti, rendendo questa conquista parziale.
Il riconoscimento della Naspi per i detenuti
La decisione dell’Inps di estendere la Naspi ai detenuti rappresenta un importante riconoscimento di uguaglianza giuridica. Fino a poco tempo fa, il lavoro penitenziario era considerato una componente dell’esecuzione della pena e, come tale, escluso dalle tutele previdenziali. La giurisprudenza degli ultimi anni ha però chiarito che il rapporto di lavoro instaurato con l’amministrazione penitenziaria conserva la sua natura di lavoro subordinato, pur inserendosi in un contesto particolare.
La circolare individua quattro ipotesi nelle quali la cessazione del lavoro può essere considerata involontaria: la scarcerazione per fine pena, la conclusione di un progetto lavorativo, il trasferimento presso un altro istituto e l’ammissione a misure alternative alla detenzione. In tutte queste circostanze, l’interruzione dell’attività deriva da decisioni organizzative o giudiziarie, non dalla volontà del lavoratore.
Le eccezioni e le criticità
Tuttavia, molti detenuti lavorano secondo sistemi di rotazione, necessari per distribuire le limitate opportunità occupazionali disponibili all’interno degli istituti. Durante questi periodi di sospensione, il rapporto di lavoro non si estingue, ma continua a esistere sotto il profilo giuridico. Non essendovi una vera cessazione del lavoro, manca anche il presupposto per il riconoscimento della Naspi.
L’Inps ha inoltre chiarito che, quando la cessazione può teoricamente dare accesso alla Naspi, l’amministrazione penitenziaria è tenuta al versamento del cosiddetto ticket di licenziamento. Questo obbligo rafforza la responsabilità amministrativa dello Stato datore di lavoro, ma non risolve il problema della cronica insufficienza delle opportunità lavorative offerte ai detenuti.
La dignità del lavoro in carcere
L’amministrazione penitenziaria non può più considerare questi rapporti come una categoria speciale sottratta alle regole generali del diritto del lavoro e della previdenza. Tuttavia, la circolare non risolve tutte le criticità del sistema penitenziario italiano. Il vero problema resta la cronica insufficienza delle opportunità lavorative offerte ai detenuti, ancora lontane dall’assicurare un percorso di reinserimento effettivo.
Senonché, il riconoscimento della Naspi va oltre il numero dei beneficiari. Uno Stato liberale e costituzionale misura la propria credibilità proprio nella capacità di riconoscere diritti anche a chi sta espiando una pena. Il lavoro non perde la sua dignità perché viene svolto dietro le mura di un carcere, né il lavoratore perde la propria tutela previdenziale per il solo fatto di essere detenuto.
In questo senso, la circolare dell’Inps non introduce un privilegio. Elimina piuttosto un’eccezione che non trovava più giustificazione né nella Costituzione né nell’evoluzione del diritto del lavoro. È un passo coerente con un’idea moderna dell’esecuzione penale: meno assistenzialismo, più responsabilità, più lavoro vero e, Solo così la funzione rieducativa della pena smette di essere una formula costituzionale e diventa una concreta politica pubblica.



