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9 Settembre 2026

Lo stato del lavoro agile in Italia: dati, critiche e prospettive

Un riepilogo dei numeri sullo smart working in Italia, delle decisioni che hanno limitato il lavoro da remoto nella pubblica amministrazione e delle opinioni di accademici, sindacalisti e manager su perché la rivoluzione non ha attecchito pienamente.

Lo stato del lavoro agile in Italia: dati, critiche e prospettive

Lo scenario del lavoro agile nel nostro Paese mostra luci e ombre. L’esperienza straordinaria dell’emergenza sanitaria ha diffuso lo smart working in modo rapido, ma il ritorno alla normalità e alcune scelte politiche e organizzative hanno ridotto quell’impulso iniziale. L’operazione di ricollocamento dei dipendenti in presenza e la recente scadenza normativa che porta all’interruzione dello smart working di emergenza al 31 agosto hanno riacceso il dibattito sull’effettiva trasformazione del mondo del lavoro italiano.

Il confronto con gli altri paesi europei mette in evidenza differenze significative: nonostante qualche progresso rispetto al 2019, la quota di lavoratori che effettivamente svolgono attività a distanza resta inferiore alla media dell’Unione Europea. A questo si aggiungono dati sulle condizioni nelle amministrazioni pubbliche e il parere di osservatori, sindacalisti e manager che segnalano ostacoli culturali e organizzativi.

Dati comparativi: percentuali nazionali e raffronto con l’Europa

Le statistiche più recenti attribuiscono allo smart working una diffusione limitata: circa il 13,6% dei lavoratori italiani utilizza regolarmente modalità di lavoro da remoto, contro una media UE intorno al 20,6%. I confronti con le maggiori economie dell’area euro mostrano valori più alti: per esempio la percentuale in Germania si attesta intorno al 25% e in Francia supera il 30%. Un’altra stima sul fenomeno post-pandemia indica che, su un potenziale di circa 8 milioni di occupati che potrebbero lavorare da remoto, attualmente solo 2,9 milioni lo fanno effettivamente, pari al 37,2% dei potenziali interessati.

La situazione nella pubblica amministrazione

Nella pubblica amministrazione la diffusione dello smart working è drasticamente diminuita dopo la scelta politica di richiamare molti dipendenti in ufficio già alla fine del 2021. Il ritorno massiccio alla presenza ha trasformato il lavoro da remoto in una pratica residuale: la media effettiva si aggira su uno o due giorni a settimana per chi ancora ne beneficia. Questo ridimensionamento è avvenuto anche perché, come molti osservatori sottolineano, manca una infrastruttura organizzativa basata su gestione dei processi deleghe distribuite e sistemi di valutazione per obiettivi.

Voci dagli addetti ai lavori: sindacati, accademia e manager

Il dibattito non è solo numerico: diversi protagonisti del mondo del lavoro hanno offerto letture divergenti. Marco Carlomagno, segretario del sindacato autonomo della pubblica amministrazione FLP, evidenzia che lo smart working richiede una ristrutturazione dei processi e una cultura della misurazione dei risultati che, salvo eccezioni, nella PA non è presente. Per questo motivo il lavoro agile rischia di essere ridotto a un benefit o a una misura di welfare, anziché a una modalità organizzativa inserita in un progetto trasformativo più ampio.

Dal mondo accademico, Giovanni Scansani sottolinea l’assenza di premesse culturali: senza una riprogettazione partecipata del lavoro, basata su cooperazione e reale empowerment dei team, lo smart working resta una misura di conciliazione piuttosto che un cambiamento strutturale. Scansani mette in evidenza anche come la normativa emergenziale abbia trasformato temporaneamente lo strumento in una forma di prevenzione sanitaria e di sostegno ai lavoratori con carichi di cura, distorcendo la natura originaria del lavoro agile.

Sul fronte delle risorse umane, Osvaldo Danzi osserva che la migrazione verso realtà più flessibili non è dominio esclusivo delle piccole imprese: la tendenza della cosiddetta great resignation mostra lavoratori che lasciano grandi aziende per trovare condizioni di vita migliori in imprese più piccole, dove la possibilità di lavorare da luoghi lontani dall’ufficio è considerata parte del pacchetto complessivo di valore sul lavoro.

Più critica la visione di Matteo Cerri, che rileva una dinamica involutiva in molte aziende italiane: la resistenza deriva non solo dagli imprenditori conservatori ma anche dai lavoratori e dai sindacati, che tentano di incanalare i benefici delle nuove pratiche entro schemi contrattuali vecchi. Infine, con toni ironici, Gianluigi Cogo ricorda il rischio che lo smart working rimanga una moda passeggera: quando si deve tradurre la discussione in cambiamenti strutturali, spesso prevale la reticenza e la nostalgia delle pratiche tradizionali.

Luca Ferrari
Autore

Luca Ferrari

Luca Ferrari, giornalista di economia del lavoro e risorse umane, analizza organizzazione aziendale, welfare e diritto del lavoro con uno sguardo alle dinamiche tra imprese e dipendenti.