In Sardegna il mercato del lavoro mostra segnali di ripresa, ma dietro i numeri positivi si nasconde una realtà più complessa. Secondo il rapporto “Sardegna, il valore del lavoro. Salari, occupazione, produttività, contrattazione e sviluppo” del Centro Studi “Giannetto Lay” della Cisl Sardegna, tra il 2026 e il 2026 gli occupati sono aumentati di circa 21.000 unità, raggiungendo quota 598.000. Tuttavia, le retribuzioni reali medie dei dipendenti privati hanno subito un calo del 15,2% tra il 2008 e il 2026, un dato ben più preoccupante rispetto alla media nazionale del -6,2%.
Questa situazione paradossale solleva interrogativi importanti sulla qualità del lavoro creato e sulle prospettive future per i lavoratori sardi. “Il primo dato positivo è che oggi lavorano più persone in Sardegna”, afferma Pier Luigi Ledda segretario generale della Cisl Sardegna. “Ma proprio perché abbiamo recuperato occupazione, dobbiamo chiederci quanto vale il lavoro che stiamo creando, quanto dura, quanto viene pagato e quali prospettive offre alle persone”.
Occupazione in crescita, ma con differenze significative
Nel 2026 il tasso di occupazione nella fascia di età 15-64 anni ha raggiunto il 58,2%, in aumento rispetto al 57,7% del 2026. La Sardegna si posiziona sopra la media del Mezzogiorno, ma resta ancora lontana dai livelli nazionali. Tuttavia, dietro questa crescita complessiva si nascondono dinamiche diverse: nel 2026 i contratti a tempo indeterminato hanno contribuito in modo significativo alla creazione di nuove posizioni lavorative, mentre nei primi mesi del 2026 l’aumento è stato trainato soprattutto dai contratti a termine.
Un altro aspetto critico riguarda la continuità del lavoro. Nel 2026 i dipendenti sardi hanno lavorato mediamente il 72,9% delle giornate teoricamente lavorabili, contro il 78,9% della media nazionale. Questa differenza contribuisce a spiegare perché il reddito annuale delle famiglie sarde possa essere ancora più basso rispetto a quello delle altre regioni.
La fuga dei giovani laureati e il problema delle competenze
Tra il 2019 e il 2026 la Sardegna ha registrato un saldo migratorio negativo di circa 6.900 giovani laureati italiani tra i 25 e i 34 anni. Questo dato evidenzia la difficoltà dell’Isola nel trattenere il capitale umano qualificato. Nonostante ciò, il titolo di studio continua a fare la differenza: nel 2026 il tasso di occupazione dei laureati e di chi possiede titoli post-laurea ha raggiunto l’83,7%, contro il 47,7% delle persone con la sola licenza media.
“Non possiamo permetterci di avere contemporaneamente giovani senza opportunità, imprese che non trovano professionalità e competenze formate nell’Isola che scelgono di costruire altrove il proprio futuro”, avverte Ledda. La Sardegna ha una quota di giovani laureati inferiore alla media italiana e, contemporaneamente, perde una parte consistente del capitale umano che forma.
La proposta della Cisl Sardegna
Per invertire questa tendenza, la Cisl Sardegna propone l’avvio di un Patto regionale per produttività, salari e qualità del lavoro. L’obiettivo è mettere insieme investimenti, innovazione, formazione, politiche attive, contrattazione di secondo livello e strategie di destagionalizzazione per aumentare il valore prodotto dal sistema economico regionale e redistribuirne una quota maggiore ai lavoratori.
“La Sardegna ha dimostrato di poter creare lavoro. Ora deve fare il passo successivo”, conclude Ledda. “Trasformare la crescita dell’occupazione in buona occupazione, salari più forti, competenze e possibilità di costruire qui il proprio futuro. È su questo terreno che si misura la qualità dello sviluppo”.
Il rapporto propone anche di costruire un sistema regionale capace di misurare nel tempo non soltanto quante persone lavorano, ma quanto valore il lavoro produce e quanto ne restituisce alle persone, attraverso indicatori su retribuzioni, giornate lavorate, stabilità, contrattazione, formazione, mobilità dei giovani e differenze territoriali.



