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Iran, il ruolo di Reza Pahlavi: guida delle proteste o re senza regno?

(Adnkronos) – Reza Pahlavi, figlio maggiore dell'ultimo Shah di Persia, sta tentando di accreditarsi come possibile guida di una transizione politica in Iran, mentre le proteste contro la Repubblica islamica continuano ad allargarsi nonostante la dura repressione. In esilio nell'elegante sobborgo di Potomac, nel Maryland, Pahlavi si è detto "pronto a tornare in Iran il prima possibile". In un'intervista a Fox News ha spiegato che il suo obiettivo è "guidare questa transizione per garantire che tutto sia a posto, nella massima trasparenza, in modo che i cittadini possano eleggere liberamente i propri leader e decidere il proprio futuro". Dall'estero, il figlio dello Shah ha intensificato gli appelli alla mobilitazione, diventando un punto di riferimento simbolico per una parte dei manifestanti. I suoi recenti messaggi hanno accompagnato proteste in cui il suo nome è stato scandito come slogan e il suo volto esposto sui cartelli portati in piazza, alimentando l'immagine di una possibile alternativa alla Repubblica islamica.  Alla morte del padre nel 1980, Reza Pahlavi si ritrovò "re senza trono", erede di una monarchia ormai abolita. Oltre 40 anni dopo, torna a farsi strada l'interrogativo se il suo momento sia finalmente arrivato. Pur non avendo escluso del tutto un ritorno al Trono del Pavone, Pahlavi insiste sul fatto che la sua missione non sia restaurare la monarchia, ma accompagnare l'Iran verso "una democrazia laica dopo decenni di cattiva gestione".  Nato a Teheran nel 1960 e cresciuto nei palazzi reali, Pahlavi fu inviato nel 1978 negli Stati Uniti per addestrarsi come pilota militare. Un anno dopo, dal Texas, apprese della rivoluzione che rovesciò suo padre. Studiò poi Scienze politiche nel New England e oggi vive stabilmente a Potomac, in una grande casa con sette camere da letto, ma lontana dai fasti della corte imperiale. I suoi sostenitori lo descrivono come una persona accessibile, che frequenta i caffè della zona "apparentemente senza scorta". A 65 anni, Pahlavi "assomiglia in modo sorprendente al padre", con "le stesse sopracciglia nere, i capelli argento pettinati all'indietro e il profilo severo", tratti che hanno contribuito a renderlo un simbolo di resistenza soprattutto per una parte dei giovani iraniani. Ma il suo nome resta profondamente divisivo: molti ricordano anche "l'inflazione galoppante, la corruzione e la brutalità della polizia segreta" sotto lo Shah, e restano forti dubbi su quanta reale base di consenso possa avere oggi nel Paese. Pahlavi sembra puntare, soprattutto, sui giovani cresciuti dopo il 1979. "I giovani iraniani mi chiamano padre", ha detto al Wall Street Journal. Dal punto di vista finanziario, vive grazie a beni trasferiti all'estero prima della rivoluzione e a donazioni dei sostenitori, mentre lui stesso ha dichiarato di non avere un lavoro se non quello di "liberare l'Iran". Negli ultimi giorni ha invitato gli iraniani a scendere in piazza con la vecchia bandiera con il leone e il sole per "riprendersi gli spazi pubblici", un appello a cui hanno fatto seguito manifestazioni in diverse città. Resta, infine, incerto il sostegno internazionale. Il suo principale alleato dichiarato è il premier israeliano Benjamin Netanyahu, mentre in Occidente molti leader restano cauti. Una visita in Israele nel 2023, durante la quale parlò di un "messaggio di amicizia dal popolo iraniano", suscitò reazioni fortemente polarizzate. Anche i rapporti con Donald Trump appaiono ambigui: sebbene Pahlavi lo citi come "leader del mondo libero", diversi osservatori dubitano che il presidente americano sia davvero pronto a puntare su di lui. 
—internazionale/esteriwebinfo@adnkronos.com (Web Info)

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