Il mercato del lavoro tecnico in Italia presenta un paradosso evidente: aziende e gruppi industriali segnalano migliaia di posizioni per ingegneri non coperte, mentre le università continuano a diplomare un elevato numero di laureati. Nel dettaglio, nella ultima parte del 2026 risultavano quasi 7.000 ingegneri introvabili a fronte di circa 12.000 posizioni richieste dal mercato, pur essendo prodotto ogni anno oltre 25.000 laureati magistrali in ingegneria. Questo divario non si spiega con la mera quantità di laureati, ma con la natura delle competenze richieste e con fattori esterni alla formazione.
Disallineamento tra curricula universitari e competenze richieste dalle imprese
Una parte significativa del problema è il mismatch tra quanto insegnato e le esigenze operative delle aziende. Molte imprese cercano profili con competenze in automazionesoftwareelettronicacybersecurity e data engineering mentre la formazione universitaria italiana mantiene un forte orientamento teorico e accademico. Maria Pungetti, presidente di Confprofessioni Emilia-Romagna, osserva che «È riconosciuto che nelle nostre università manca la componente pratica», richiamando lo storico scollamento tra mondo della formazione e il lavoro.
Tassi di difficoltà per area di ingegneria
I dati confermano un quadro eterogeneo per branca professionale: il reperimento di figure specializzate è particolarmente critico per gli ingegneri industriali con un tasso di difficoltà del 62% seguito dagli ingegneri dell’informazione e dell’elettronica al 54% e dagli ingegneri civili al 55%. Questa distribuzione mostra come non tutte le discipline soffrano allo stesso modo: il mercato richiede convergenza di competenze tecniche e digitali che alcuni percorsi non riescono a garantire immediatamente.
Retribuzioni, prospettive e la tentazione dell’estero
Oltre alla questione formativa, condizioni di impiego e salario influiscono sulla disponibilità dei candidati. Un’indagine condotta nel 2026 su oltre 1.000 laureati e laureandi in ingegneria ha evidenziato che circa il 20% degli intervistati manifesta interesse per esperienze lavorative all’estero. I flussi di mobilità mostrano che a un anno dalla laurea il 4,0% dei giovani ingegneri italiani lavora fuori dall’Italia e che a 5 anni la percentuale sale al 5,5%. Il trasferimento oltreconfine è favorito dalla valutazione positiva del background tecnico italiano: secondo Alessandro Rosati, CEO di Agap2 Italia, «La formazione tecnica italiana è riconosciuta come eccellente a livello europeo», con un forte radicamento nei fondamentali e nella capacità di analisi che permette ai laureati di inserirsi e crescere in contesti specialistici esteri.
Il differenziale retributivo e le opportunità di carriera all’estero, insieme a condizioni contrattuali più attrattive, spiegano parte del fenomeno. Tuttavia, non tutta l’emigrazione è permanente: alcuni professionisti ritornano con competenze acquisite all’estero, mentre altri rimangono fuori assorbendo l’offerta internazionale.
Ruoli richiesti in Europa e differenze tra Paesi
Analisi sui principali mercati europei mostrano tendenze diversificate: in Italia cresce la domanda di profili che coniughino competenze gestionali e digitali come ingegneri gestionali capaci di fare da ponte tra produzione e sistemi IT o specialisti in automazione industriale. In Francia, il tessuto industriale dominato da grandi gruppi nei settori aerospace, automotive ed energia genera una richiesta stabile di tecnici molto specializzati. In Portogallo e Spagna la spinta verso le energie rinnovabili e l’infrastrutturazione sostenibile alimenta la domanda di figure per progetti di transizione energetica, mentre la digitalizzazione dei sistemi produttivi in tutta Europa aumenta la necessità di profili IT specialistici.
Queste diversità mostrano che la carenza in Italia non è solo un problema numerico ma anche di posizionamento competitivo: i laureati italiani sono apprezzati per il rigore metodologico e la versatilità, ma il mercato richiede una maggiore sinergia tra formazione accademica e esperienze pratiche mirate alle nuove tecnologie.
Scelte professionali alternative e capacità professionale abilitata
Un altro elemento significativo è che molti laureati non intraprendono la carriera tecnica tradizionale: diverse migliaia si orientano verso consulenza, finanza, management o pubblica amministrazione. Nel 2026 si sono abilitati circa 9.300 ingegneri, cifra che rappresenta meno di un terzo del potenziale bacino formato dai laureati magistrali, a indicare che non tutti i diplomati cercano o trovano impiego nel settore tecnico-specialistico. Questa dispersione alimenta il gap tra offerta formale di laureati e disponibilità reale di figure operative per le aziende.
Nel complesso, la carenza di ingegneri in Italia deriva da una combinazione di fattori: mismatch formativo dinamiche retributive e di mobilità internazionale, e un consistente numero di laureati che sceglie percorsi professionali diversi. Affrontare il problema richiede



