Il mercato del lavoro sta attraversando una fase di profonda trasformazione, dove il focus non è più solo sulla retention dei talenti, ma sulla prevention dei loro abbandoni. Le aziende devono affrontare la sfida di prevenire il disingaggio e l’obsolescenza delle competenze prima che questi problemi si manifestino. In questo contesto, la formazione continua emerge come strumento fondamentale per garantire una forza lavoro altamente qualificata e motivata.
Secondo le stime dell’Istituto Nazionale per l’Analisi delle Politiche Pubbliche (Inapp), circa un lavoratore su cinque in Italia è considerato under-qualified, mentre solo il 66% della popolazione è potenzialmente impiegabile. Questi dati pongono l’accento sulla necessità di un intervento strutturale da parte delle aziende, che devono considerare la formazione non solo come un’opzione, ma come una leva strategica per migliorare l’engagement e la sostenibilità organizzativa.
Il ruolo della formazione continua
La transizione verso un modello di upskilling e reskilling sta diventando cruciale. Le aziende non possono più limitarsi a offrire corsi come benefit, ma devono integrarli nel loro piano di sviluppo strategico. Questo approccio non solo combatte l’inattività e il mismatch di competenze, ma contribuisce anche a creare un ambiente di lavoro inclusivo e attivo, dove il capitale umano può prosperare.
Investire nelle persone
In questo scenario, l’azienda assume un ruolo chiave non solo nella propria competitività, ma anche nella promozione dell’inclusione. La formazione deve essere vista come un investimento nel futuro, in grado di migliorare non solo le competenze tecniche, ma anche quelle relazionali e critiche. È fondamentale che le organizzazioni adottino una visione a lungo termine sulla gestione dei talenti.
Intelligenza artificiale: opportunità e sfide
Un altro trend significativo è rappresentato dalla diffusione dell’intelligenza artificiale, che sta ridisegnando i ruoli e le competenze richieste nel mercato del lavoro. Se da un lato l’AI può sembrare una minaccia, dall’altro offre opportunità straordinarie, rendendo i processi più efficienti e liberando tempo per attività più creative e umane.
Secondo Christian Guerrini, esperto in risorse umane, l’AI non sostituisce l’essere umano, ma ne valorizza le peculiarità, consentendo ai lavoratori di concentrarsi su attività che richiedono relazioni, cura e attenzione. La capacità di adattarsi a questi cambiamenti sarà determinante per il futuro delle aziende e dei lavoratori stessi.
Il nuovo umanesimo organizzativo
Con il fenomeno del quiet quitting, dove i dipendenti tendono a limitarsi al minimo indispensabile, le organizzazioni devono ridefinire il proprio scopo e il valore che apportano alla società. Il futuro delle risorse umane dovrà concentrarsi su un modello che metta al centro la human experience, creando un legame autentico con i dipendenti e rispondendo alle loro esigenze.
Nel 2026, ci si aspetta che i dipartimenti HR evolvano in architetti di esperienze lavorative centrate sulle persone, implementando pratiche di performance management partecipativo e utilizzando la tecnologia per personalizzare le esperienze lavorative. L’approccio deve essere coerente e credibile per attrarre le nuove generazioni di lavoratori.
Il futuro del lavoro
Il futuro del lavoro non sarà una battaglia tra uomo e macchina, ma piuttosto una sinergia tra intelligenza artificiale e intelligenza artigianale. La capacità delle aziende di crescere e innovare dipenderà dalla loro abilità di bilanciare queste due dimensioni, garantendo un ambiente di lavoro stimolante e inclusivo per tutti.