Secondo le ultime rilevazioni Istat, la percentuale di giovani NEET (non studiano, non lavorano e non sono in formazione) è scesa a 13,3% nel 2025, quasi la metà rispetto al 2015. Il dato sembra positivo, ma sotto la superficie si nascondono divari geografici e di genere ancora più marcati: nel Mezzogiorno la quota è del 20,2% e tra le giovani straniere sfiora il 34,8%.
Disparità territoriali e di genere
In Lombardia, una regione tradizionalmente più forte sul mercato del lavoro, le ragazze NEET rappresentano il 10,6% della popolazione giovanile, contro il 6,5% dei loro coetanei maschi. A livello nazionale, tra i giovani di età compresa tra 15 e 34 anni, la differenza di genere sale al 19,1% per le donne e al 12,3% per gli uomini. Una parte consistente di queste donne (44%) dichiara di essere inattiva per motivi familiari, evidenziando come il lavoro di cura influisca sulla loro partecipazione al mercato.
Il ruolo della cura nella marginalizzazione femminile
Martina Fontana, esperta di programmi di genere e giustizia economica di ActionAid, sottolinea che «il punto non è moltiplicare le misure, ma costruire percorsi che funzionino davvero per chi oggi resta più lontano». Il peso della cura limita la capacità delle donne tra i 25 e i 34 anni di accedere a percorsi formativi e occupazionali, perpetuando il divario.
Politiche attuali: dove sfuggono i più fragili
Il progetto LDS – Luoghi di Sperimentazione, promosso da ActionAid a Milano, ha analizzato l’efficacia delle azioni pubbliche nei municipi 5, 6, 7 e 9. Il rapporto “Chi resta fuori” evidenzia un mancato aggancio dei giovani più isolati: i servizi raggiungono chi è già in contatto con le istituzioni, mentre migranti, lavoratori irregolari e chi non si fida più delle autorità rimangono esclusi.
Destinazione dei fondi nazionali
Il Programma nazionale Giovani, Donne e Lavoro 2021-2027 prevede un investimento di circa 2,8 miliardi di euro per favorire l’ingresso al lavoro dei giovani più distanti. Tuttavia, ActionAid ha scoperto che il 78,19% di queste risorse è già impegnato in incentivi all’assunzione e a sostegno dell’auto-imprenditorialità, strumenti che beneficiano chi è già vicino al mercato del lavoro. Solo il 21,81% rimane a disposizione per interventi mirati a chi vive situazioni più complesse.
«Così le politiche rischiano di premiare chi è già vicino ai servizi e di lasciare fuori chi vive condizioni più complesse», avverte Fontana. La mancanza di una regia pubblica capace di collegare in modo fluido i diversi strumenti fa sì che le opportunità rimangano frammentate e poco accessibili.
Il labirinto tra formazione e occupazione
Passare dalla formazione al lavoro è un percorso ancora ostacolato da informazioni disperse e requisiti poco chiari. I Centri di Promozione Formativa, i CPIA e i percorsi di Istruzione e Formazione Professionale operano come compartimenti stagni, impedendo una visione d’insieme per i giovani. Tirocini e apprendistati, se non accompagnati da controlli rigorosi e prospettive di assunzione, rischiano di trasformarsi in lavori a bassa retribuzione.
Per le ragazze, la situazione è ancora più delicata: l’orientamento professionale tende a indirizzarle verso settori più precari e meno retribuiti. Fontana conclude che «intercettazione, aggancio e accompagnamento devono diventare funzioni strutturali delle politiche pubbliche, con risorse dedicate, standard nazionali e responsabilità chiare». Propone, quindi, che il Dipartimento per le Politiche Giovanili, il Ministero del Lavoro e le Regioni riorientino i programmi esistenti, investendo stabilmente in presidi di prossimità, servizi di cura, mediazione linguistica e percorsi flessibili.



