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Giappone di corsa al voto: perché Sanae Takaichi scommette tutto sull’8 febbraio

(Adnkronos) – Il Giappone tornerà alle urne l’8 febbraio, a meno di sedici mesi dall’ultima volta. Una scelta tutt’altro che ordinaria, voluta dalla premier Sanae Takaichi, che il 19 gennaio ha sciolto la Camera bassa del Parlamento, aprendo una delle campagne elettorali più brevi e incerte del dopoguerra. Per capire cosa sta succedendo – e perché queste elezioni contano anche fuori dal Giappone – conviene partire dal contesto politico e dalle poste in gioco. Takaichi, prima donna alla guida del Paese, è in carica da ottobre e gode di un consenso personale elevato. Ha deciso di capitalizzare questa popolarità per rafforzare la maggioranza parlamentare e consolidare la propria leadership, trasformando di fatto il voto in un referendum su se stessa. Non a caso ha dichiarato che saranno gli elettori a decidere se debba restare o meno nel suo attuale ruolo. La mossa è anche difensiva, e il calendario è eccezionale: solo 16 giorni tra scioglimento e voto, il periodo più breve dal 1945, e in una fase dell’anno che di solito è dedicata alla discussione del bilancio. Anticipare le elezioni significa evitare mesi di lavori parlamentari e scontri con l’opposizione che potrebbero erodere il consenso. Il voto arriva dopo una serie di scosse. A ottobre si è rotta la storica coalizione che per oltre venticinque anni ha governato il Giappone. Il Partito Liberal Democratico (Ldp), forza cardine della politica nipponica, ha perso l’alleato Komeito e ha costruito una nuova maggioranza con il Japan Innovation Party, formazione riformista e liberale nata a Osaka. Sul fronte opposto, l’opposizione si è ricompattata: il Partito Democratico Costituzionale e Komeito hanno dato vita alla Centrist Reform Alliance, un’alleanza centrista che punta a fermare la svolta a destra del governo, soprattutto su sicurezza, politica verso gli stranieri e temi sociali. La Camera dei Rappresentanti conta 465 seggi. Di questi, 289 sono assegnati in collegi uninominali e 176 con metodo proporzionale. Chi controlla la Camera forma il governo ed elegge il primo ministro. Proprio nei collegi uninominali si giocherà la partita decisiva: il sostegno organizzato di Komeito, legato al movimento buddhista Soka Gakkai, potrebbe spostarsi verso l’opposizione e ribaltare decine di seggi che in passato andavano automaticamente al Ldp. Al centro della campagna c’è il potere d’acquisto. Il Giappone è alle prese con una crisi del costo della vita che dura da quasi quattro anni: salari reali in calo, crescita debole, inflazione su beni essenziali come cibo ed energia. Tutti promettono tagli alla tassa sui consumi, ma il rischio – avvertono economisti e mercati – è un buco nei conti pubblici e nel finanziamento del sistema di welfare. Accanto all’economia, pesa la sicurezza nazionale. Takaichi rappresenta l’ala più assertiva del Ldp e ha lasciato intendere di voler affrontare temi divisivi, come il rafforzamento della difesa e persino il dibattito sui limiti storici imposti al Giappone in materia militare, sullo sfondo delle tensioni con la Cina. È uno dei punti che ha spinto Komeito, che cercava un approccio più morbido con Pechino, a rompere l’alleanza e che polarizza l’elettorato. Infine, cresce il tema dell’immigrazione e della presenza straniera. La comparsa di piccoli partiti nazionalisti come Sanseito segnala un malessere diffuso, che il Ldp cerca di intercettare irrigidendo il discorso sui controlli. Se il Ldp e gli alleati otterranno una maggioranza solida, Takaichi ne uscirà rafforzata e potrà governare con maggiore margine, compensando la debolezza nella Camera alta. Se invece la coalizione perdesse la maggioranza, la premier ha già promesso le dimissioni: si aprirebbe una fase di instabilità, con una nuova corsa alla leadership nel partito di governo e ritardi sull’approvazione del bilancio. In breve, non si tratta solo di un passaggio elettorale interno. Il voto dirà se il Giappone imboccherà con decisione una traiettoria più conservatrice e assertiva, o se l’elettorato preferirà frenare una svolta che tocca economia, sicurezza e identità. Una scelta che, in un’Asia sempre più centrale negli equilibri globali, riguarda da vicino anche l’Europa e l’Italia. (di Giorgio Rutelli) 
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