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3 Giugno 2026

Disuguaglianze retributive e previdenziali: il quadro del Bilancio di genere MEF

Il Bilancio di genere della Ragioneria Generale dello Stato evidenzia gap significativi tra donne e uomini su lavoro, reddito e pensioni: partecipazione, congedi, part-time involontario e percentuali di spesa pubblica disegnano un quadro strutturale che richiede interventi mirati.

Disuguaglianze retributive e previdenziali: il quadro del Bilancio di genere MEF

Il documento della Ragioneria Generale dello Stato, noto come Bilancio di genere, riclassifica i conti pubblici mettendo a fuoco l’impatto differenziato delle politiche su donne e uomini. Dalla partecipazione al mercato del lavoro fino alle prestazioni pensionistiche, i numeri offrono una fotografia dettagliata delle disuguaglianze presenti nel sistema economico e sociale italiano.

Questo articolo riassume i dati principali e spiega le implicazioni più rilevanti, con particolare attenzione a occupazione, reddito, previdenza e alla quota di spesa pubblica destinata alla riduzione del divario di genere.

Quanto investe lo Stato per ridurre il divario di genere

La spesa pubblica esplicitamente rivolta a contrastare le disuguaglianze di genere è contenuta: solo lo 0,47% degli impegni complessivi al netto del personale viene classificato come mirato a questo obiettivo. In termini di cifre, su un totale massiccio di voci di bilancio, 784,7 miliardi sono considerati neutri rispetto al genere, 175,9 miliardi sono sensibili e 98,3 miliardi richiedono approfondimenti.

Destinazione della spesa specifica

Della quota identificata come intervento diretto, pari a circa 5,02 miliardi, l’85,78% transita attraverso l’INPS sotto forma di congedi, maternità e prestazioni di assistenza. Un contributo inferiore, di circa 200 milioni, è destinato ai Comuni per la costruzione e la ristrutturazione degli asili nido. La tendenza mostra una crescita: la spesa passa da 4,31 miliardi nel 2026 a stime di 5,39 miliardi nel 2026 e 6,41 miliardi nel 2026, sostenuta in larga misura dall’incremento del bonus mamme.

Partecipazione femminile al lavoro e impatto della maternità

Nel complesso, il tasso di occupazione femminile ha raggiunto il 53,3%, superando i livelli pre-pandemia ma rimanendo distante dalla media europea del 66,2%. Il divario con gli uomini è marcato: le donne registrano un tasso inferiore di 17,8 punti.

Maternità come fattore critico

La presenza di figli incide fortemente sulle opportunità lavorative delle madri: il rapporto tra l’occupazione delle donne tra 25 e 49 anni con almeno un figlio in età prescolare e quella delle donne senza figli è pari al 75,4%, indicazione chiara di come la genitorialità riduca le chance occupazionali.

Nel 2026 le convalide di dimissioni volontarie legate alla genitorialità hanno coinvolto 42.237 madri e 18.519 padri, con la donna che rappresenta a tutti gli effetti la maggioranza dei casi: sette su dieci sono dimissioni femminili. Tra chi rinuncia al lavoro, il 79,3% ha un’età compresa tra i 29 e i 44 anni, la fascia di maggiore produttività professionale.

Retribuzioni, part-time e conseguenze sulla pensione

Il divario retributivo medio tra uomini e donne si attesta su un 31%, un divario che si traduce direttamente in pensioni più basse. Le pensioni medie femminili risultano inferiori del 28,6% rispetto a quelle maschili, superando la differenza media europea del 24,5%. Questa disparità riflette carriere discontinue, salari inferiori, part-time involontario e interruzioni per cura familiare.

Distribuzione del reddito e rischi futuri

Tra oltre 42,5 milioni di contribuenti IRPEF, le donne sono il 47,7% ma il loro reddito rappresenta soltanto il 38,5% del totale dichiarato. Il 44,7% delle contribuenti dichiara fino a 15.000 euro, mentre solo il 4,3% supera i 50.000 euro, contro il 10% degli uomini. Questo gap retributivo di oggi è la principale causa della povertà previdenziale femminile di domani.

La partecipazione femminile al lavoro autonomo è bassa: le donne costituiscono il 28,5% dei contribuenti in questo settore. Nella previdenza complementare sono il 38,4% degli iscritti, con un tasso di partecipazione del 34,1% contro il 41,3% degli uomini.

Imprese femminili e settore di attività

Le imprese guidate da donne rappresentano il 22,2% del totale, circa 1,3 milioni, e operano per il 68,1% nel settore dei servizi. Questo profilo settoriale influisce sui livelli retributivi medi e sulle opportunità di crescita professionale.

In sintesi, il Bilancio di genere conferma un quadro strutturale: politiche e interventi esistono ma le risorse dirette sono ancora limitate rispetto alla portata del problema. Le discontinuità di carriera legate alla maternità, il part-time involontario e la scarsa diffusione della previdenza complementare tra le donne rappresentano leve decisive su cui intervenire per ridurre le disuguaglianze a medio e lungo termine.

Francesca Galli
Autore

Francesca Galli

Francesca Galli, fiorentina con formazione bancaria, prese la decisione di cambiare carriera dopo un convegno a Palazzo Vecchio: oggi cura analisi di mercati e colonne su risparmio e investimenti. In redazione propone linee editoriali attente alla trasparenza e conserva l'agenda del primo impiego in banca.