I numeri del Sistema Informativo Lavoro mostrano migliaia di professionalità disponibili: la questione non sarebbe la quantità ma la qualità delle condizioni proposte
Sassari, 29 aprile 2026 – Il confronto sulla carenza di personale nel comparto turistico dell’isola si riaccende con numeri che suggeriscono una lettura diversa rispetto alla narrazione comune. Secondo il Sistema Informativo Lavoro – Sil Sardegna – i 29 centri per l’impiego dell’isola contano 51.588 persone registrate come disoccupate con competenze specifiche nel settore alberghiero e della ristorazione. I dati ufficiali sono alla base dell’intervento dell’assessora al Lavoro.
Il totale delle competenze rilevate supera le 91.876 qualifiche professionali, una cifra che include profili tecnici, di sala e di cucina spesso formati e con esperienza sul campo. Questi numeri vengono usati dall’amministrazione regionale per mettere in discussione l’idea che il problema sia solo la mancanza di candidati: piuttosto, si sostiene, è la natura delle offerte di lavoro a non attirare più lavoratori qualificati.
La fotografia statistica offre dettagli concreti: tra le 91.876 qualifiche compaiono 961 posizioni di maître d’hotel, 1.366 di chef, 1.058 di cuochi di ristorante, 18.110 di camerieri di sala, 15.463 di aiuto camerieri e 10.877 di aiuto cuochi, oltre a numerose altre figure operative. Questa distribuzione indica una disponibilità ampia di competenze lungo tutta la filiera del turismo e della ristorazione, elemento che spinge la Regione a riformulare il dibattito sulla mancanza di personale.
Alla luce delle cifre, l’assessora sostiene che non si tratta di un vuoto di risorse umane, ma di un disallineamento tra domanda e offerta di lavoro. Il messaggio chiave è che esiste una platea qualificata pronta a lavorare, ma che molte posizioni offerte non soddisfano i requisiti minimi di dignità e stabilità richiesti da chi oggi valuta una carriera nel settore. Per questo motivo, la Regione invita a superare argomentazioni semplificate e a guardare ai numeri reali.
Secondo l’analisi regionale, la scelta di non entrare o di uscire dal settore è spesso motivata da condizioni contrattuali e organizzative che il personale non ritiene più accettabili. Vengono segnalati fattori ricorrenti come stagionalità, contratti discontinui, carichi di lavoro intensi e salari ritenuti non adeguati rispetto alle responsabilità richieste. Queste criticità spingono soprattutto i giovani e i profili più preparati a cercare alternative lavorative che offrano prospettive di crescita e tutele maggiori.
Nel linguaggio della Regione, serve passare da un modello che premia la flessibilità estrema a pratiche in grado di garantire stabilità e dignità professionale. L’assessora evidenzia la necessità di ripensare l’organizzazione del lavoro e le offerte contrattuali: solo così la disponibilità numerica di lavoratori potrà tradursi in occupazione reale e duratura, evitando di dipendere esclusivamente dall’apporto di forza lavoro esterna all’isola.
Per sostenere questa transizione la Regione ha puntato su politiche di formazione: sono stati attivati 167 corsi di formazione per adulti destinati al comparto turistico-alberghiero, con oltre 1.100 allievi coinvolti. Tuttavia, l’istituzione ammette che la formazione da sola non basta se non è accompagnata da interventi volti a migliorare condizioni contrattuali, retributive e organizzative all’interno delle imprese.
La Regione propone di supportare le aziende che dimostrino un impegno concreto nel valorizzare il personale, favorendo pratiche che aumentino la qualità dell’occupazione. L’obiettivo dichiarato è evitare che lo sviluppo turistico si basi su lavoro povero e precarietà: per la Regione il cambiamento deve essere sistemico e coinvolgere istituzioni, imprese e rappresentanze sindacali.
La posizione delle associazioni datoriali non tarda a manifestarsi. Gianni Russo, vice presidente di Federalberghi Nord Ovest Sardegna, avverte contro una lettura che rischi di generalizzare criticità reali e danneggiare la reputazione del settore. Secondo la controparte, il turismo contribuisce in modo rilevante all’economia e nella maggior parte dei casi gli operatori rispettano i contratti collettivi e garantiscono occupazione regolare.
Il dialogo tra istituzioni e imprese, conclude la discussione, resta indispensabile: serve un approccio equilibrato che coniughi politiche attive, formazione mirata e interventi concreti sulle condizioni di lavoro per trasformare la disponibilità numerica di competenze in opportunità occupazionali stabili e di qualità.
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