Negli ultimi anni la protezione della salute in ambito lavorativo ha ampliato il proprio orizzonte includendo la sfera psicologica: stress lavoro-correlato, burnout e più recentemente il workaholism sono diventati oggetto di attenzione normativa, tecnica e giurisprudenziale. La scheda INAIL intitolata “Workaholism: fattori di rischio e strategie di intervento” ha contribuito a mettere in luce questo fenomeno e a indicare misure di prevenzione utili per imprese e professionisti.
Questo testo ricostruisce gli elementi essenziali del problema: definizioni, fattori di rischio, strumenti di rilevazione, profili di responsabilità datoriale e i rapporti con modelli psicologici come l’ERI-Stress, mantenendo i riferimenti legislativi di base quali il D.Lgs. n. 81/2008 e l’art. 2087 c.c.
Cos’è il workaholism e come si colloca rispetto ad altri fenomeni
Il workaholism può essere descritto come una spinta incontrollabile a lavorare che finisce per prevalere sulla vita privata e sul benessere psicofisico. Le prime investigazioni risalgono agli studi di W. Oates, ma definizioni più sfumate sono state proposte da ricercatori recenti: secondo Clark e colleghi si tratta di un costrutto multidimensionale che unisce pressione interna, pensieri persistenti sul lavoro, emozioni negative se si è impossibilitati a lavorare e un impegno eccessivo rispetto alle richieste.
Distinzioni chiave
È importante separare il workaholism da altri concetti spesso confusi: il presenteism indica la permanenza sul posto di lavoro nonostante condizioni di salute inadeguate, mentre l’engagement è uno stato positivo di energia e dedizione. Il burnout, invece, rappresenta l’esito più grave dello stress cronico e si manifesta con esaurimento emotivo, depersonalizzazione e ridotta realizzazione personale, come indagato dal Maslach Burnout Inventory.
Fattori di rischio, misurazione e strumenti
La scheda INAIL evidenzia tre gruppi di fattori che favoriscono il workaholism: organizzativi (culture aziendali orientate solo alla performance, leadership distruttiva, assenza di policy per work-life balance), individuali (tratti di personalità, forte motivazione e aspetti cognitivi) e sociali (iper-connessione tecnologica, precarietà del mercato del lavoro). Questi elementi possono interagire e amplificare il rischio di sviluppare una dipendenza dal lavoro.
Scale e strumenti validati
Per valutare il fenomeno sono disponibili diverse scale: la Dutch Work Addiction Scale (DUWAS), la Bergen Work Addiction Scale (BWAS) e la Multidimensional Workaholism Scale (MWS). A queste si affiancano strumenti per il burnout come il Maslach Burnout Inventory e sistemi organizzativi come l’Organizational Checkup System per definire interventi di recupero e prevenzione.
Quadro normativo e obblighi del datore di lavoro
Lo stress lavoro-correlato è riconosciuto a livello europeo già dall’Accordo quadro 2004 e inserito nell’ordinamento italiano tramite il D.Lgs. n. 81/2008, che definisce la salute come completo benessere fisico, mentale e sociale e include i rischi psicosociali nel Documento di Valutazione dei Rischi (DVR). L’omissione nella valutazione o l’assenza di misure preventive può configurare profili di illecito, anche penale (art. 55 D.Lgs. n. 81/2008).
Inoltre, il principio dell’art. 2087 c.c. impone all’imprenditore l’obbligo di adottare misure idonee a tutelare l’integrità fisica e la personalità morale dei lavoratori. La giurisprudenza di legittimità ha ribadito che, anche in assenza di condotte persecutorie tipiche del mobbing, il datore può essere ritenuto responsabile se consente un ambiente stressogeno che cagioni danno alla salute.
Rilevanza della scheda INAIL e profili processuali
L’inclusione del termine workaholism in un documento ufficiale come la scheda INAIL rafforza la possibilità che il fenomeno emerga nei contesti giudiziari. Si ricordano, a titolo esemplificativo, pronunce che hanno valutato collegamenti tra condotte aziendali stressogene e patologie psichiche: la Cassazione penale ha trattato casi con accuse riconducibili a mobbing e burnout e ha rinviato questioni al giudizio di merito (vedi tra le altre Cass. pen. n. 14777/2026). Questi precedenti dimostrano come, in presenza di omissioni valutative del rischio, possano emergere responsabilità anche sul piano penale e civile.
Prevenzione e misure pratiche
Dal punto di vista operativo, l’INAIL propone azioni organizzative e individuali: implementare policy per l’equilibrio vita-lavoro, limitare l’iper-connessione fuori orario, promuovere formazione sui rischi psicosociali e fornire strumenti per la gestione dello stress. A livello individuale è utile potenziare competenze di problem solving e assertività e offrire percorsi di supporto psicologico quando necessari.
Infine, modelli teorici come l’ERI-Stress (Effort-Reward Imbalance) possono fungere da ausilio per interpretare squilibri percepiti dai lavoratori: uno scostamento tra impegno profuso e ricompense ricevute genera sofferenza rilevante ai fini della valutazione del rischio, pur senza sostituire la valutazione giuridica basata sull’art. 2087 c.c.
In sintesi, l’emergere del workaholism nel documento INAIL rappresenta un passo significativo verso la presa in carico dei rischi psicosociali. Per le imprese ciò implica obblighi concreti di valutazione e prevenzione; per i lavoratori, la possibilità di vedere riconosciuti danni derivanti da ambienti di lavoro non salubri.
