Un rapporto pubblicato dall’Organizzazione internazionale del lavoro mette in luce come la crisi in Medio Oriente stia già trasmettendo effetti economici oltre i confini regionali. Tramite un insieme di canali di trasmissione — dall’aumento dei prezzi dell’energia alle interruzioni delle rotte commerciali e alle pressioni sulle filiere — lo shock sta comprimendo sia ore lavorate sia redditi da lavoro in molte economie.
Il documento, aggiornamento di maggio 2026 intitolato Tendenze occupazionali e sociali, aggiornamento di maggio 2026: aumento dei rischi per il mercato del lavoro a causa della crisi in Medio Oriente, avverte che gli effetti si dispiegheranno gradualmente e in modo disomogeneo, accentuando vulnerabilità già esistenti in mercati del lavoro segnati da crescita debole e da carenza di lavoro dignitoso.
Prospettiva globale e scenari di impatto
Nel caso considerato di riferimento, basato su un aumento dei prezzi del petrolio di circa il 50% rispetto alla media di inizio 2026, il rapporto stima una contrazione delle ore lavorate a livello mondiale dello 0,5% nel 2026 e dell’1,1% nel 2027. Questa riduzione equivale, rispettivamente, all’incirca a 14 milioni e 38 milioni di posti di lavoro a tempo pieno. Parallelamente, i redditi da lavoro reali verrebbero erosi dell’1,1% nel primo anno e del 3% nel secondo, cifre che corrispondono a perdite aggregate di circa 1.100 miliardi e 3.000 miliardi di dollari statunitensi.
Indicatori chiave e dinamiche
Oltre alla perdita di ore e redditi, l’analisi prevede un aumento più graduale della disoccupazione, stimata in +0,1 punti percentuali nel 2026 e in +0,5 punti percentuali nel 2027. L’OIL definisce questo fenomeno come uno shock lento: uno stress economico che, pur non esplodendo immediatamente, può erodere progressivamente le condizioni di lavoro, la qualità dei posti e la protezione sociale.
Regioni più esposte: Stati arabi e Asia e Pacifico
Gli effetti non sono omogenei: gli Stati arabi e i paesi dell’Asia e del Pacifico risultano particolarmente vulnerabili per l’elevata integrazione con i flussi energetici, le rotte commerciali e i movimenti di lavoratori. Nella regione araba il calo totale delle ore lavorate può variare sostanzialmente in base all’evoluzione del conflitto: dallo -1,3% in caso di rapida de-escalation fino al -10,2% in uno scenario di forte escalation. Queste percentuali sono più che doppie rispetto alla contrazione osservata durante la pandemia di COVID-19 nel 2026.
Settori e categorie a rischio
Circa il 40% dell’occupazione negli Stati arabi è concentrata in settori ad alta esposizione come costruzioni, manifattura, trasporti, commercio e turismo-alberghiero. Nella regione Asia-Pacifico, dove la dipendenza da importazioni energetiche e dalle migrazioni per lavoro crea catene di impatto, le ore lavorate potrebbero scendere dello 0,7% nel 2026 e dell’1,5% nel 2027, mentre i redditi reali si ridurrebbero rispettivamente dell’1,5% e del 4,3%. Circa il 22% dei lavoratori della regione opera in settori ad alta esposizione, inclusi agricoltura, trasporti, manifattura e costruzioni.
Migrazioni, rimesse e risposte di politica economica
La crisi influisce anche sui movimenti di persone e sui flussi finanziari connessi al lavoro. Dall’inizio dell’escalation i trasferimenti di lavoratori verso i paesi del Consiglio di cooperazione del Golfo si sono ridotti e i rimpatri sono aumentati per via delle restrizioni ai voli, delle preoccupazioni per la sicurezza e della minore domanda in settori come le costruzioni e il turismo. Le rimesse, vitali per molte economie dell’Asia meridionale e sud-orientale, mostrano i primi segnali di contrazione, con possibili ricadute su consumi e povertà nei paesi d’origine.
Interventi adottati e raccomandazioni dell’OIL
Molti governi hanno già introdotto misure di breve termine — sussidi energetici, trasferimenti monetari, sostegni alle imprese e strumenti per tutelare i lavoratori migranti — ma le risposte restano spesso frammentate e limitate dai vincoli fiscali. L’OIL raccomanda di mettere al centro le politiche per occupazione e redditi, rivolgendosi in modo mirato ai gruppi più colpiti come lavoratori informali, migranti, rifugiati e piccole imprese, bilanciando stabilità macroeconomica e tutela dell’occupazione.
Dialogo sociale e monitoraggio
Secondo Sangheon Lee, capo economista dell’OIL, questo è «uno shock lento ma potenzialmente duraturo» che può trasformare il mercato del lavoro se non vengono adottate risposte incentrate sull’occupazione, fondate sul dialogo sociale e conformi alle norme internazionali del lavoro. L’Organizzazione continuerà a monitorare gli sviluppi e i diversi canali di trasmissione man mano che arrivano nuovi dati.