I fatti Uno studio recente firmato Censis e Confcooperative mette sotto la lente le difficoltà che i nuovi ingressi nel mercato del lavoro incontrano oggi. Il rapporto non si limita a confrontare i salari: evidenzia anche come il meccanismo di calcolo delle pensioni incida in modo determinante sul benessere economico futuro dei lavoratori.
Cosa cambia per le nuove generazioni Secondo l’analisi, le pensioni a cui andranno incontro i giovani potrebbero essere significativamente più basse rispetto agli ultimi stipendi percepiti. Le conseguenze ricadono soprattutto sulle fasce più giovani, che rischiano di perdere potere d’acquisto una volta usciti dal mondo del lavoro. Per capire fino in fondo il fenomeno servono due chiavi di lettura: il tasso di sostituzione e il divario retributivo tra generazioni.
Due concetti chiave Per tasso di sostituzione si intende la percentuale della pensione rispetto all’ultimo stipendio percepito. Il gap retributivo generazionale invece misura la differenza media di salario tra lavoratori giovani e quelli più esperti. Se il tasso di sostituzione diminuisce e contemporaneamente i salari iniziali rimangono più bassi, il risultato è una riduzione netta della capacità della pensione di mantenere lo stesso tenore di vita.
Un confronto che parla chiaro Il rapporto mette a confronto due carriere “paragonabili”: una iniziata nel 1982 e l’altra. Un lavoratore che va in pensione a 67 anni con 38 anni di contributi, nel caso della carriera partita nel 1982 raggiunge un tasso di sostituzione intorno all’81,5%. Per chi inizia, a parità di età e anni contributivi, il tasso scende al 64,8%: una perdita relativa di circa 16,7 punti percentuali. Numeri che rendono evidente la distanza generazionale.
Perché il tasso di sostituzione cala La spiegazione principale è il passaggio dal sistema retributivo al sistema contributivo. Nel modello retributivo le ultime retribuzioni pesavano molto sul calcolo della pensione; nel sistema contributivo invece la prestazione dipende dal montante accumulato e dal rendimento applicato. Questo fa sì che aumenti salariali concentrati negli ultimi anni di carriera abbiano un peso molto più ridotto.
Chi rischia di più A rimetterci sono soprattutto le carriere con retribuzioni medie o basse e quelle segnate da interruzioni contributive. Per queste persone l’accumulo è più limitato e la pensione finale risulta proporzionalmente più bassa. Lo studio suggerisce perciò misure mirate sul piano contributivo e tutele specifiche per i percorsi professionali più frammentati.
Retribuzioni stagnanti e base contributiva Le dinamiche salariali incidono direttamente sulla base contributiva: se i salari stagnano o scendono, diminuisce il montante accumulato e la pensione perde capacità di sostituire il reddito da lavoro. I giovani, in particolare, segnalano livelli retributivi difficilmente comparabili con quelli della generazione precedente, aggravando così la situazione previdenziale.
Politiche possibili Gli esperti invitano a politiche coordinate su salario e contributi: strumenti che incentivino i versamenti per le categorie più vulnerabili, misure che favoriscano la progressione retributiva nei primi anni di carriera e interventi normativi o strumenti di integrazione del reddito. L’obiettivo è ridurre il divario tra retribuzione percepita e reddito pensionistico atteso.
Differenze per ruolo e livello Il divario salariale tra junior e senior è significativo: in media i neoassunti guadagnano almeno il 20% in meno rispetto ai colleghi più esperti. Le differenze variano a seconda della funzione aziendale: tra gli operai il gap supera il 27%, tra i dirigenti è oltre il 52%, mentre i quadri mostrano una forbice più contenuta, attorno al 15,7%.
Un appello ai decisori Lo studio non propone solo diagnosi: sollecita interventi concreti per alleggerire il carico sulle nuove generazioni e garantire che il sistema pensionistico non traduca le fragilità occupazionali contemporanee in povertà futura. Modulare i contributi, sostenere le carriere iniziali e integrare il reddito sono piste da esplorare per rendere il futuro previdenziale meno incerto.