Perché la crescita italiana nasconde debolezze: salari, disuguaglianze e dipendenze

Il rapporto Svimez mostra una crescita del Pil che però convive con salari stagnanti, disuguaglianze e un welfare debole; confronti con Germania, Spagna e Francia chiariscono rischi e dipendenze

Il recente rapporto di Svimez offre uno sguardo critico sulla situazione economica italiana, mettendo a confronto il nostro paese con alcuni leader europei. Pur registrando tassi di crescita superiori a quelli di Germania e Francia in certe fasi, l’analisi segnala elementi strutturali che limitano la sostenibilità di questo recupero, come la debolezza dei salari e le profonde disuguaglianze territoriali.

Nel testo che segue vengono esaminati i fattori che spiegano le diverse traiettorie europee e i punti deboli dell’Italia: dalla dipendenza manifatturiera dalla Germania al ruolo del turismo in Spagna, fino ai limiti del nostro modello produttivo e del sistema di welfare.

Confronto europeo: diversi motori, diversi limiti

La realtà economica della Germania è cambiata: per decenni è stata il motore dell’Europa, ma oggi paga la debolezza del suo settore manifatturiero e la vulnerabilità energetica. La dipendenza da fonti esterne ha inciso sui costi industriali e sulla competitività, con una reazione ridotta degli investimenti. Allo stesso tempo la politica fiscale tedesca resta prudente, mantenendo deficit sotto i limiti di Maastricht, condizione che modera l’indebitamento ma può frenare stimoli rapidi alla domanda interna.

Il caso della Francia

Al contrario, la Francia ha scelto una strategia più espansiva, con livelli di indebitamento più elevati che hanno sostenuto la domanda. Tuttavia, gli effetti sulla produttività e sui risultati reali sono per Svimez meno convincenti di quanto atteso, evidenziando che maggiore spesa non sempre si traduce in crescita sostenibile della produttività.

Spagna: ripresa trainata da turismo e rinnovabili

La Spagna mostra performance di crescita brillanti, ma il rapporto invita a leggere questi numeri con cautela. Parte della crescita post-pandemia è infatti effetto di recupero da un periodo di stagnazione: il contributo di settori come il turismo e le attività connesse è stato decisivo, sostenuto dalla spesa dei visitatori stranieri. Parallelamente, gli investimenti nelle energie rinnovabili hanno ridotto la vulnerabilità energetica del paese, migliorando la resilienza rispetto alle fluttuazioni dei mercati delle fonti tradizionali.

Piano nazionale di ripresa e resilienza

Il piano di investimenti spagnolo ha destinato risorse significative ai servizi pubblici e alla pubblica amministrazione, con ricadute positive sul welfare. Questo approccio strutturale spiega in parte perché la Spagna riesca a mostrare tassi di crescita elevati anche se parte del guadagno è legato al recupero post-riaperture.

L’Italia: crescita numerica ma fragilità strutturali

Per l’Italia il quadro è ambivalente: se da un lato il Pil è cresciuto più di Germania e Francia in certi periodi recenti, dall’altro la qualità di questa crescita è messa in dubbio. Il motore principale è stata la domanda interna, con un peso particolare del settore delle costruzioni, alimentato da misure come i super bonus. Tuttavia, il contributo dell’export è rimasto debole, segnalando una scarsa tenuta sui mercati esteri e una dipendenza produttiva da catene di fornitura legate alla manifattura tedesca.

Salari, occupazione e disuguaglianze

Uno dei nodi più critici è la stagnazione salariale: la perdita di potere d’acquisto delle famiglie limita i consumi reali nonostante la ripresa apparente. La disuguaglianza geografica tra Nord e Sud persiste, così come la bassa partecipazione femminile al lavoro, spesso sottoforma di part time involontario o poco qualificato. Il tasso di occupazione non raggiunge livelli soddisfacenti e il fenomeno dei giovani che né studiano né lavorano rimane diffuso.

Il rapporto di Svimez riconosce alcuni risultati positivi delle politiche recenti, ma non risparmia un giudizio severo sui limiti strutturali dell’Italia: un welfare insufficiente, incentivi che distorcono i dati economici e una bassa produttività sistemica. In assenza di interventi mirati per migliorare salari, investimenti in tecnologia e coesione territoriale, la crescita registrata rischia di rivelarsi effimera e incompatibile con il recupero competitivo richiesto per colmare il divario con le economie emergenti.

Per invertire la rotta servono azioni che vadano oltre stimoli temporanei: riforme del mercato del lavoro, politiche industriali orientate all’innovazione e un rafforzamento del sistema di protezione sociale sono indispensabili per trasformare una crescita numerica in sviluppo duraturo e inclusivo.

Scritto da Dr. Luca Ferretti

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