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Lavoro e violenza su donne, il giudice Canevini: ”basta temere, crediamo a chi denuncia”

(Adnkronos) – Il lavoro può essere una forma di riscatto, ma talvolta può trasformarsi in trappola. Un rischio trasversale soprattutto per le donne. Non esiste una statistica chiara di chi denuncia superiori, colleghi o clienti, ma i numeri più recenti mostrano un pericolo concreto: più di una donna su quattro ha subito violenza sul posto di lavoro almeno una volta nella vita. Le forme più diffuse sono la violenza verbale (56%), il mobbing (53%) l’abuso di potere (37%); chiudono violenza fisica (10%), stalking (6%) e violenza online (2%). Il rapporto WeWorld, in collaborazione con Ipsos – condotto a settembre 2024 su un campione di 1.100 lavoratori e lavoratrici di età compresa tra i 20 e i 64 anni – mostra che il 62% delle donne non denuncia per paura di perdere il lavoro, per il timore di ritorsioni o perché ritiene (41%) che non servirebbe a nulla.  Quest'ultimo è un dato che, però, si può sconfessare. "Le donne non devono temere di essere credute e la giustizia dà risposte sempre più rapide alle vittime" spiega all’Adnkronos la giudice Elisabetta Canevini, presidente della quinta sezione penale del tribunale di Milano e coordinatrice del gruppo di lavoro sulla violenza di genere, alla vigilia della Giornata per l’eliminazione della violenza contro le donne. Magistrata di esperienza, veste la toga dal 1991 e da anni osserva da vicino la realtà meneghina.  "Quella sul lavoro è una violenza agevolata dalla vicinanza dove nessuna può dirsi al sicuro. Ricordo la testimonianza della segretaria di un notaio, di donne che hanno denunciato la violenza all’interno di questo Palazzo di giustizia, di tre sorelle vittime di chi si sentiva il padrone, di giovani cameriere violentate dopo l’orario di chiusura". Età, mestieri, vite diverse ma un tratto comune. "La prima cosa che provano è vergogna. Pensano di aver dato segnali fraintendibili, di non aver fatto capire che bisogna tenere a posto la lingua e le mani. Una frase sessista, una battuta sull’abbigliamento, un contatto fisico non desiderato è violenza – rimarca la magistrata -. E in aula non è vero che è la parola dell’una contro quella dell’altro, processualmente parlando la persona offesa viene sentita come testimone e ha l’obbligo di dire la verità, mentre l’imputato ha il diritto di mentire e già questo spiega il peso diverso. Come sempre bisogna verificare l’attendibilità, ma non mi sembra si chieda a un uomo vittima del furto di un Rolex perché te lo sei messo". Per più di una donna su quattro il motivo principale per non denunciare una violenza subita sul luogo di lavoro è il timore di non essere creduta. L’80% delle lavoratrici che hanno assistito o subito violenza sul lavoro non si sono sentite tutelate dalla propria azienda. "La paura di non essere credute, il timore di essere spostate ad altra mansione, i contratti in nero difficili da dimostrare sono le ritrosie maggiori, ma qualcosa sta cambiando. Le università si sono dotate di linee guida comportamentale, le scuole e gli ospedali hanno un sistema standardizzato che agevola la denuncia, e diverse cooperative di servizi stanno imparando a reagire tempestivamente e in modo corretto".  Le imprese – considerando il numero delle potenziali vittime – "devono investire in prevenzione agevolare la segnalazione ed evitare che a seguito della denuncia la vittima subisca cambiamenti di mansioni o del luogo ove si svolge l’attività lavorativa, operando, semmai, sul denunciato” conclude la giudice Elisabetta Canevini. (di Antonietta Ferrante) 
—cronacawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

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