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Istat: più occupati e stipendi in crescita, mentre il gender pay gap rimane significativo

Istat registra un livello storico di occupazione e salari in rialzo, mentre le analisi evidenziano un persistente gender pay gap che penalizza le donne in molte categorie professionali

Il recente bilancio sul mercato del lavoro mette a confronto due facce della stessa medaglia: da un lato la crescita dell’occupazione e un aumento delle retribuzioni; dall’altro persistenti disuguaglianze di genere che condizionano l’accesso e la remunerazione. Nel rapporto pubblico si segnala un nuovo massimo storico di 24,1 milioni di occupati e una dinamica salariale che mostra un incremento del +3,4%. Questi dati, pur positivi, convivono con una platea di inattivi che è aumentata, sebbene appaia meno scoraggiata rispetto al passato.

Accanto ai numeri dell’Istat emergono approfondimenti dedicati al gender pay gap. L’analisi di ODM Consulting (Gi Group Holding) fotografa un divario retributivo complessivo pari a -10,4% a favore degli uomini, con differenze più marcate in alcuni livelli contrattuali. Mettere insieme questi elementi aiuta a comprendere che la crescita del mercato del lavoro non è necessariamente sinonimo di equità distributiva.

Trend complessivo del mercato del lavoro

Il quadro istituzionale sottolinea un aumento dell’occupazione che raggiunge il picco storico di 24,1 milioni di persone occupate. Questo risultato va letto insieme all’incremento delle retribuzioni, che segnano un +3,4%, un segnale di recupero del potere d’acquisto per molte famiglie. Tuttavia, la fotografia è sfumata: il numero di inattivi cresce, ma con segni di minore scoraggiamento, mentre il tasso di disoccupazione mostra un calo. In sintesi, il mercato del lavoro si allarga ma richiede ancora interventi mirati per consolidare la partecipazione e la qualità dell’occupazione.

Occupazione e dinamiche salariali

La crescita degli occupati e l’aumento delle paghe non sono uniformi: settori e profili professionali rispondono in modo differenziato alle pressioni inflazionistiche e alle politiche salariali aziendali. Il dato del +3,4% sulle retribuzioni indica una tendenza generale, ma non elimina le disuguaglianze interne ai gruppi professionali e territoriali. È quindi cruciale monitorare il rapporto tra variazione salariale media e l’evoluzione dei livelli di contrattazione collettiva, oltre a valutare gli effetti sulle retribuzioni reali rispetto all’inflazione.

Il divario retributivo tra i generi

L’analisi sulla differenza di salario tra uomini e donne evidenzia un gender pay gap complessivo del -10,4% in Italia. Le disparità sono più accentuate tra gli operai (-12,3%), i dirigenti (-10,6%) e gli impiegati (-10%), mentre risultano relativamente contenute tra i quadri (-5,7%). Considerando ruoli di pari valore all’interno delle organizzazioni, lo scostamento si riduce e si posiziona tra il -1,5% e il -4,5% per la maggior parte delle fasce, escluse le posizioni executive. Questi numeri mostrano come parte del gap dipenda dalla composizione occupazionale e dalla segregazione orizzontale e verticale nei luoghi di lavoro.

Presenza femminile ai vertici e aspetti retributivi

Tra le società quotate, grazie alla Legge n. 160/2019, la presenza femminile nei consigli di amministrazione si attesta intorno al 43%. Nonostante questo avanzamento formale, le donne sono ancora rare ai ruoli apicali: solo il 2,2% ricopre la carica di amministratrice delegata e il 3,5% quella di presidente del CdA. È però interessante notare che, una volta raggiunta la posizione di amministratore delegato, il gap retributivo praticamente scompare (Gpg pari a 1,3%), suggerendo che l’accesso alle posizioni di vertice è una chiave per la parità salariale effettiva.

Cause strutturali e impatti sociali

Le ragioni del divario retributivo sono multiple e includono fattori demografici, scelte professionali e carichi di cura. In Italia le donne costituiscono il 51% della popolazione in età lavorativa (15-64 anni) ma rappresentano solo il 42,1% degli occupati. Il tasso di occupazione femminile è del 53,3%, circa 18 punti percentuali inferiore a quello maschile e 13 punti sotto la media UE-27. Il tasso di inattività femminile è del 42,4%, molto più alto rispetto agli uomini.

Altri indicatori spiegano parte del fenomeno: le donne svolgono circa il 70% del lavoro non retribuito di cura e rappresentano il 76,2% dei lavoratori part-time. Tra le madri tra 25 e 34 anni meno della metà risulta occupata, e molte giovani (tra 18 e 24 anni) percepiscono la maternità come un freno alla carriera. Anche la composizione per titolo di studio incide: le laureate in STEM sono solo il 39,1%, mentre le donne sono sovrarappresentate in settori come sanità, istruzione, servizi, alloggio e ristorazione, finanza e assicurazioni.

Politiche e priorità

Per ridurre il gender pay gap servono politiche integrate: promozione dell’accesso femminile alle posizioni apicali, maggiore condivisione dei carichi di cura, incentivazione delle lauree STEM per le donne e misure di conciliazione lavoro-famiglia. Interventi mirati sulla trasparenza salariale e sulla composizione dei ruoli possono accelerare il processo, così come incentivi per la formazione continua e il sostegno alla maternità attiva nel mercato del lavoro.

In conclusione, il bilancio evidenzia progressi significativi sul fronte dell’occupazione e delle retribuzioni, ma rimarca la necessità di politiche che affrontino le radici del divario di genere. Solo combinando crescita quantitativa e riforme strutturali sarà possibile trasformare i segnali positivi in opportunità diffuse e sostenibili per tutti i lavoratori.

Alessandro Bianchi

Ha lanciato prodotti tech usati da milioni di persone e altri che hanno fallito miseramente. Questa è la differenza tra lui e chi scrive di tecnologia avendola solo letta: conosce il sapore del successo e quello del pivot delle 3 di notte. Quando recensisce un prodotto o analizza un trend, lo fa da chi ha dovuto prendere decisioni simili. Zero hype, solo sostanza.

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