Implicazioni delle Dimissioni per Fatti Concludenti sul Diritto alla NASpI: Cosa Sapere

Esplora le ultime modifiche legislative riguardanti le dimissioni e le loro implicazioni sul diritto alla NASpI. Analizza come questi cambiamenti influenzano i lavoratori e le strategie per garantire la corretta applicazione dei diritti previdenziali.

Nel contesto lavorativo attuale, la normativa sulle dimissioni ha subito un significativo aggiornamento. La circolare INPS n. 154 del 22 dicembre 2026 ha introdotto linee guida chiare riguardo all’articolo 19 della Legge n. 203/2026, conosciuta come Collegato Lavoro. Questa legge ha ridefinito il concetto di dimissioni per fatti concludenti e il suo impatto sul diritto all’indennità di disoccupazione NASpI.

Le dimissioni per fatti concludenti

La nuova normativa consente al datore di lavoro di risolvere il rapporto di lavoro in caso di assenza ingiustificata del lavoratore. Se un dipendente si allontana dal lavoro senza giustificazione per un periodo superiore a quanto previsto dal Contratto Collettivo Nazionale di Lavoro (CCNL), o per più di 15 giorni senza indicazioni specifiche, il datore può comunicare all’Ispettorato del Lavoro l’intenzione di cessare il rapporto.

Procedura di cessazione

Questa comunicazione rappresenta una forma di dimissioni per fatti concludenti, poiché l’assenza viene interpretata come volontà del lavoratore di lasciare l’impiego. È fondamentale sottolineare che il dipendente ha la possibilità di contestare questa interpretazione, dimostrando che l’assenza era giustificata per forza maggiore o per motivi imputabili al datore stesso.

Implicazioni sul diritto alla NASpI

In caso di cessazione del contratto di lavoro per dimissioni per fatti concludenti, il lavoratore non avrà diritto alla prestazione di disoccupazione NASpI. Questa situazione non è considerata un cessazione involontaria del rapporto, come stabilito dall’articolo 3 del D.Lgs. n. 22/2015.

Licenziamento e diritto alla NASpI

Al contrario, se un lavoratore viene licenziato per giusta causa o per giustificato motivo soggettivo, anche se riconducibile a un’assenza ingiustificata, egli potrà accedere all’indennità di disoccupazione, a condizione di soddisfare i requisiti richiesti. In tali circostanze, il licenziamento che segue un procedimento disciplinare è considerato un evento che dà diritto alla NASpI.

Dimissioni volontarie e requisiti contributivi

Le modifiche legislative riguardano anche le dimissioni per fatti concludenti. La circolare INPS n. 98 del 2026 ha introdotto un nuovo requisito contributivo per chi si dimette volontariamente. I lavoratori che lasciano un impiego a tempo indeterminato devono dimostrare di avere maturato almeno 13 settimane di contributi nell’anno precedente alla nuova disoccupazione per poter accedere alla NASpI.

Eccezioni al nuovo requisito

Tuttavia, non tutte le dimissioni volontarie sono soggette a questa nuova condizione. Le dimissioni per giusta causa, quelle avvenute durante il periodo di maternità o paternità, e quelle che si realizzano tramite risoluzione consensuale nel contesto di una procedura di conciliazione non necessitano di ulteriori requisiti per accedere alla prestazione.

Il contesto normativo sulle dimissioni

Le recenti modifiche legislative hanno introdotto un quadro normativo più chiaro riguardo alle dimissioni e ai diritti dei lavoratori disoccupati. È cruciale per i lavoratori essere informati sulle modalità e le implicazioni delle proprie scelte lavorative, soprattutto in relazione al diritto all’indennità di disoccupazione NASpI. Conoscere i propri diritti può fare la differenza in momenti di incertezza lavorativa.

Scritto da Marco TechExpert

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