Il 9 ottobre 2026 l’altoforno 2 dell’ex Ilva di Taranto ha erogato l’ultima colata di ghisa, chiudendo di fatto la produzione di acciaio primario in Italia. Dopo più di sessant’anni di attività, l’impianto è stato posto in preriscaldo una modalità che mantiene il minimo operativo senza generare nuovo prodotto, in attesa dell’esito definitivo delle decisioni giudiziarie.
Il contesto è caratterizzato da una serie di provvedimenti giudiziari: la Corte d’Appello di Milano ha stabilito il blocco dell’area a caldo entro 90 giorni dal 27 luglio, provvedimento già esecutivo. La Cassazione deve pronunciarsi il 20 ottobre; in caso di conferma, l’altoforno sarà definitivamente spento. Nel frattempo, l’impresa mantiene viva una fiammella simbolica per garantire la possibilità di una rapida riattivazione, qualora la decisione finale fosse favorevole.
Ultima colata di ghisa e chiusura della produzione di acciaio primario
La cerimonia dell’ultimo getto, avvenuta alle 3.03, è stata segnata da una notevole presenza di operai, sindacati e amministratori locali. L’intera struttura aveva raggiunto picchi di produzione di 10 milioni di tonnellate annue nel 2007; negli ultimi anni, i volumi sono scesi a circa 2 milioni, rendendo la continuità economica sempre più difficile. Il presidio del sindacato Uilm ha ricordato che gli ultimi 14 anni sono stati dominati da lunghi periodi di cassa integrazione con un impatto devastante sulle famiglie tarantine.
Decisione della Corte d’Appello di Milano
Il provvedimento milanese impone l’interruzione totale dell’area a caldo entro il 25 ottobre, salvo una possibile inversione da parte della Cassazione. Il preriscaldo consente all’impianto di rimanere in una condizione tecnica minima, ma senza prelevare materie prime, già esaurite a seguito del divieto di acquisto imposto dal tribunale. Questa fase è definita “transitoria” e dovrebbe terminare con lo spegnimento definitivo dell’altoforno, a meno che la Corte di Cassazione non trovi motivi per sospendere il provvedimento.
Cassa integrazione per migliaia di operai e prospettive governative
Attualmente, circa 3.000 dipendenti sono coperti dalla cassa integrazione con la possibilità di estenderla fino a 4.450 lavoratori e, in futuro, a ulteriori 4.000 addetti dell’indotto. Il sottosegretario alla Presidenza del Consiglio, Alfredo Mantovano, ha annunciato l’intenzione di inserire nel prossimo decreto-legge una forma di cassa integrazione “non per chiusura”, mirata a sostenere le aziende durante la transizione verso una produzione più sostenibile.
Il piano per un acciaio verde
Il governo punta a sviluppare un impianto Dri (Direct Reduced Iron) e forni elettrici, con un investimento complessivo che potrebbe superare il miliardo di euro. La proposta prevede l’utilizzo di fondi destinati alla decarbonizzazione, includendo anche risorse già stanziate per il rilancio della zona di Taranto. Tuttavia, la realizzazione dipenderà dall’esito della gara per la cessione degli asset dell’ex Ilva, la cui scadenza è stata posticipata al 9 novembre.
Sciopero nazionale e reazioni dei sindaci di Taranto e Genova
Il 12 ottobre è stato indetto uno sciopero di 24 ore da Fim-Cisl, Fiom-Cgil, Uilm e Usb in tutte le sedi ex Ilva, a partire da Taranto e arrivando fino a Genova e Novi Ligure. La mobilitazione è stata definita “primo passo di una serie” di proteste, con la partecipazione dei sindaci Silvia Salis di Genova e Michele Emiliano di Taranto, che hanno sottolineato la necessità di mantenere attiva la produzione nel Nord.
Silvia Salis ha definito “assurdo” lo stop totale della produzione, affermando che Genova è in grado di continuare a operare. Al contempo, i sindacati hanno chiesto al governo di trovare alternative per mantenere gli impianti accesi, sostenendo che la chiusura completa creerebbe ulteriori difficoltà per i lavoratori e per l’intero territorio.
Nel frattempo, la risposta del governo resta concentrata sulla cassa integrazione e sulla pianificazione di un futuro “green”. Le trattative tra le parti rimangono aperte, ma la pressione sul ritmo della transizione è aumentata, mentre il destino dell’ex Ilva si staglia tra decisioni giudiziarie, interventi statali e la volontà dei lavoratori di non perdere l’ultimo punto di sostentamento.



