Il Consiglio di Stato ha recentemente stabilito che gli adeguamenti salariali previsti per i magistrati erano stati calcolati in modo errato. La sentenza obbliga il governo a coprire una differenza di circa 970 milioni di euro cifra che dovrebbe essere inserita nella prossima legge di bilancio.
Giorgia Meloni, al telefono con l’Adnkronos, ha annunciato che non apporrà la propria firma al DPCM necessario per attuare l’aumento. Secondo le sue parole, destinare un miliardo di euro agli stipendi dei magistrati equivale a «dieci volte» il valore delle risorse destinate alla crisi del trasporto su gomma, un settore che la premier ha definito priorità nazionale.
Il rifiuto di Giorgia Meloni al DPCM
Durante l’intervista, la premier ha precisato: «In coscienza non posso mettere la mia firma su un provvedimento che comporta quasi un miliardo di euro per gli aumenti di stipendio dei magistrati». Ha concluso invitando il Consiglio di Stato a nominare, se lo riterrà opportuno, un commissario ad acta, sottolineando che «ciascuno si assumerà le proprie responsabilità».
Motivi addotti dalla premier
Meloni ha giustificato la scelta indicando la necessità di sostenere le fasce deboli e di garantire la continuità delle consegne di merci in tutta Italia. Il contesto economico ha argomentato, impone di privilegiare gli interventi sul carburante e sull’autotrasporto rispetto a quello che, a suo avviso, rappresenta un “regalo” alla magistratura.
Reazione dell’Associazione Nazionale Magistrati (ANM)
L’ANM ha risposto prontamente, affermando che gli adeguamenti sono previsti per legge e che gli importi effettivi saranno inferiori a quanto riportato dai media. Il vice-segretario Stefano Celli ha dichiarato che, qualora il Governo lasciasse margini di trattativa, l’associazione valuterà un ricorso, facendo valere gli stessi diritti di tutti i cittadini.
Nel comunicato, l’ANM ha anche ribadito che la magistratura non può diventare “capro espiatorio” delle difficoltà finanziarie del Paese, e che le somme richieste derivano da arretrati non corrisposti per anni.
Il caso del magistrato di Roma e la polemica sui social
Nel frattempo, Alessandro Di Cicco, magistrato della Procura di Roma, è stato coinvolto in una controversia digitale. Un post sul suo profilo Facebook conteneva un insulto verso la premier, definendola «nana borgatara». Di Cicco ha poi smentito l’autore del messaggio, sostenendo che il suo profilo è stato hackerato e che ha sporto denuncia presso il commissariato del Palazzo di Giustizia.
L’ANM ha immediatamente preso le distanze dalle parole offensive, definendole “inappropriate” e ha richiesto il rispetto istituzionale nelle interazioni tra magistratura e governo. Il Consiglio Superiore della Magistratura, attraverso il componente laico Enrico Aimi, ha avviato una pratica disciplinare per verificare eventuali violazioni del codice deontologico.
Il dibattito resta aperto: da un lato la premier difende la priorità alle esigenze dei cittadini più vulnerabili, dall’altro le toghe insistono sul fatto che il mancato pagamento degli arretrati è una questione di diritti legali e non di “regalo”. Il futuro del miliardo destinato ai magistrati dipenderà da eventuali decisioni giuridiche e da eventuali negoziazioni politiche.



