Un'analisi delle prestazioni IVS erogate dall'INPS che evidenzia come la tipologia di pensione vari sensibilmente tra regioni e aree geografiche
Nel 2026 l’INPS ha erogato oltre 16 milioni di prestazioni IVS ai residenti in Italia: questo universo numerico nasconde una mappa molto netta delle differenze territoriali. L’analisi presentata nel Tredicesimo Rapporto di Itinerari Previdenziali mette a confronto, regione per regione, l’incidenza delle varie tipologie di pensione — anticipate/anzianità, vecchiaia, invalidità e superstiti — rispetto alla media nazionale.
Le pensioni di anzianità/anticipate richiedono carriere contributive molto lunghe (per il riferimento normativo: 42 anni e 10 mesi per gli uomini e 41 anni e 10 mesi per le donne al tempo dell’indagine). In termini percentuali la loro incidenza media nazionale sul totale delle prestazioni IVS è del 41,6% e nella pratica regionale emergono differenze marcate: le regioni settentrionali mostrano valori nettamente sopra la media, frutto di livelli occupazionali più elevati e storie lavorative più continui.
Al vertice si trova il Trentino-Alto Adige, dove oltre la metà delle pensioni è di anzianità/anticipata (51,2%), seguito da Veneto, Piemonte e altre regioni del Nord con valori prossimi al 48-49%. Al contrario il Mezzogiorno registra incidenze molto più basse: la Calabria è l’esempio estremo con appena il 26,4%, mentre Campania, Sicilia e Basilicata si collocano sotto o poco sopra il 30%.
Le ragioni di questa distribuzione non sono casuali: tassi di occupazione differenti, contratti intermittenti e periodi di utilizzo di ammortizzatori sociali nei territori meridionali spiegano in larga parte la minore presenza di pensioni anticipate. Inoltre, la composizione settoriale dell’occupazione regionale influenza la durata e la continuità dei versamenti contributivi.
Le pensioni di vecchiaia, caratterizzate da requisiti anagrafici e contributivi meno stringenti rispetto alle anticipate (per il quadro normativo citato nel rapporto: 67 anni di età e 20 anni di contribuzione oppure opzioni alternative), mostrano una geografia opposta: molte regioni del Sud superano la media nazionale del 28,7% e in generale l’incidenza cresce dove le carriere sono più frammentate o il lavoro è iniziato più tardi.
Il Lazio si distingue al Centro con un’incidenza più alta (circa 31,7%), probabilmente influenzata dalla forte presenza di dipendenti pubblici, mentre al Sud la Calabria raggiunge il 35,7%. Molte di queste prestazioni meridionali risultano però integrate al minimo, poiché i contributi versati lungo la vita lavorativa sono spesso modesti.
Quando prevalgono le pensioni di vecchiaia con pochi contributi, gli assegni tendono a essere più bassi e frequentemente sostenuti da integrazioni sociali o minimi pensionistici. Questo incide sia sul reddito dei percettori sia sui bilanci regionali del sistema previdenziale.
Il capitolo forse più significativo riguarda le pensioni di invalidità: la media nazionale è attorno al 5,1%, ma nelle regioni meridionali l’incidenza supera ampiamente questo valore e complessivamente il Sud ospita quasi la metà del totale delle pensioni di invalidità erogate sul territorio italiano (46,4% della categoria). La Calabria guida con il dato più alto (intorno al 10,7%), seguita da Puglia, Basilicata e Sardegna.
Al contrario, nel Nord le incidenze sono molto più contenute (Lombardia, Piemonte e Veneto sono tra le regioni con i valori più bassi). Anche le pensioni ai superstiti presentano un peso maggiore nel Mezzogiorno, con Sicilia e Campania tra le aree con le incidenze più alte rispetto alla media nazionale.
La forte presenza di trattamenti che non riposano su contributi solidi determina disavanzi regionali tra contributi raccolti e prestazioni erogate. Questo squilibrio ha effetti sui saldi previdenziali locali e rappresenta un elemento chiave da considerare quando si progettano interventi correttivi o riforme.
Misurando il rapporto tra numero di pensioni e popolazione residente (tasso grezzo di pensionamento IVS) emergono ulteriori differenze: le province con i tassi più alti sono tutte al Nord (con Biella in testa a oltre il 40%), mentre le province con i tassi più bassi si concentrano nel Mezzogiorno, con Napoli che si attesta intorno al 17,1%. Questo non significa necessariamente maggiore efficienza del sistema, ma riflette una popolazione più giovane e una maggiore incidenza di prestazioni assistenziali rispetto a quelle previdenziali.
Per ridurre gli squilibri, osservano gli esperti, servono politiche che tengano conto delle specificità locali e interventi mirati su occupazione, regolarità contributiva e contrasto alla frammentarietà delle carriere.
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