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12 Agosto 2026

Discriminazione algoritmica nel lavoro: responsabilità datoriale e norme italiane

L'uso di algoritmi nell'assunzione di personale solleva importanti questioni legali. Scopri come funziona e chi è responsabile.

Discriminazione algoritmica nel lavoro: responsabilità datoriale e norme italiane

L’adozione di sistemi di intelligenza artificiale nei processi di selezione del personale sta rivoluzionando il mondo del lavoro, ma solleva anche importanti questioni legali. Quando un algoritmo esclude un candidato sulla base di variabili correlate al genere, all’origine etnica o all’età, chi è responsabile giuridicamente di quella esclusione?

La discriminazione algoritmica non è più un’ipotesi teorica, ma una realtà operativa che coinvolge le pratiche HR di aziende di ogni dimensione. Comprendere i meccanismi attraverso cui l’automazione può produrre effetti discriminatori e individuare le norme che ne governano la responsabilità è oggi fondamentale per i professionisti del diritto e i responsabili delle risorse umane.

Come funziona la discriminazione algoritmica nei processi di selezione

Per affrontare il problema giuridico è necessario partire da una comprensione tecnica di base. I sistemi di AI utilizzati nel reclutamento operano tipicamente in tre fasi distinte: la pubblicazione e il targeting degli annunci di lavoro, il filtraggio automatico delle candidature e la valutazione e la classificazione dei profili.

Nella fase di targeting, gli algoritmi pubblicitari possono distribuire le offerte di lavoro in modo selettivo, raggiungendo prevalentemente utenti di un determinato genere o fascia d’età sulla base di dati comportamentali storici. Nel filtraggio delle candidature, i sistemi di screening automatico assegnano punteggi ai curricula confrontandoli con profili di candidati “ideali” costruiti a partire da assunzioni precedenti. Se le assunzioni storiche riflettevano dinamiche discriminatorie, il modello addestrato su quei dati riprodurrà e consoliderà gli stessi schemi.

Nella valutazione, strumenti di analisi del linguaggio, del tono vocale o dell’espressione facciale possono penalizzare candidati provenienti da contesti culturali diversi, indipendentemente dalle loro competenze effettive. Questo sistema di controllo algoritmico attraversa l’intero ciclo lavorativo, dalla candidatura alla gestione in itinere del rapporto, ampliando considerevolmente il perimetro entro cui il diritto antidiscriminatorio è chiamato a operare.

Il quadro normativo antidiscriminatorio applicabile

Il divieto di discriminazione nell’accesso al lavoro è sancito da una pluralità di fonti normative che si intrecciano e si rafforzano reciprocamente. A livello costituzionale, gli articoli 3 e 37 della Costituzione italiana pongono le basi del principio di uguaglianza formale e sostanziale, con specifico riferimento alla parità tra lavoratori.

A livello legislativo, lo Statuto dei Lavoratori contiene norme che vietano atti discriminatori fondati su ragioni sindacali, politiche, religiose, razziali, di lingua o di sesso, con effetti che si proiettano anche nella fase precontrattuale del reclutamento. Il decreto legislativo n. 216 del 2003 e il decreto legislativo n. 215 del 2003 estendono la tutela antidiscriminatoria all’accesso all’occupazione e alle condizioni di lavoro, vietando sia la discriminazione diretta sia quella indiretta.

La discriminazione indiretta è la categoria giuridica più rilevante per i sistemi algoritmici: un algoritmo raramente discrimina esplicitamente in base al genere o all’etnia, ma può produrre effetti statisticamente disparati su gruppi protetti attraverso l’uso di variabili proxy correlate a tali caratteristiche.

Il regime della prova e l’inversione dell’onere probatorio

Un aspetto cruciale del diritto antidiscriminatorio è il regime dell’onere della prova. Quando il ricorrente fornisce elementi di fatto idonei a far presumere l’esistenza di una discriminazione, spetta al convenuto dimostrare che non vi è stata violazione del principio di parità di trattamento. Questo meccanismo di inversione dell’onere probatorio assume un’importanza particolare nel contesto algoritmico, dove la “scatola nera” dei sistemi di AI rende spesso impossibile per il candidato escluso ricostruire le ragioni dell’esclusione.

L’automazione dei processi di assunzione attraverso strumenti basati sull’IA solleva interrogativi fondamentali sull’applicazione delle tradizionali categorie giuridiche del diritto del lavoro italiano, in particolare quando la decisione non è riconducibile a un atto volitivo umano identificabile, ma emerge da processi computazionali opachi.

Susanna Riva
Autore

Susanna Riva

Susanna Riva osserva Bologna dalla finestra dell’Archivio di Stato dove una volta ha passato una settimana a consultare faldoni sulle cooperative cittadine: quel documento segnò la scelta editoriale di approfondire responsabilità istituzionali. Tiene linea critica nella redazione, amante del caffè lungo e del taccuino sempre pieno.