Il report sulla domanda di lavoro del 2026 evidenzia che circa 1,360 milioni di ingressi sono attribuibili a lavoratori stranieri, con forti concentrazioni in agricoltura, tessile e costruzioni
le imprese italiane prevedono circa 1,360 milioni di nuove assunzioni di persone non italiane, pari al 23,4% del totale delle assunzioni programmate. Sono i dati elaborati dalla CGIA di Mestre sulla base del Sistema informativo Excelsior. Rispetto al periodo pre‑pandemico si tratta di una crescita strutturale: le entrate previste di lavoratori stranieri sono aumentate del 139,3% rispetto al 2017.
Questa dinamica riflette cambiamenti demografici e bisogni produttivi specifici. L’articolo ricostruisce dove e come si concentra questa domanda — per settore e territorio — e valuta l’impatto sul sistema produttivo e sulle pratiche aziendali, come la formazione professionale e gli adempimenti di controllo.
L’utilizzo di manodopera non italiana è più marcato nei comparti a forte intensità di lavoro e in quelli con stagionalità accentuata. Al vertice si trova l’agricoltura: il 42,9% delle nuove assunzioni del settore riguarda lavoratori immigrati, una quota che mette in luce una dipendenza strutturale per la continuità dei cicli produttivi.
Anche tessile, abbigliamento e calzature registrano una quota elevata (41,8%), mentre le costruzioni arrivano al 33,6%. Sono settori “labor intensive”, caratterizzati da richieste fluttuanti nel corso dell’anno e da fabbisogni specifici per aree geografiche.
La concentrazione settoriale ha conseguenze concrete: aziende e istituzioni devono ripensare investimenti in formazione e rafforzare le procedure di verifica contrattuale per garantire regolarità e qualità del lavoro.
In termini assoluti, i servizi legati a turismo, alloggio e ristorazione assorbono il maggior numero di ingressi stranieri: circa 289.720 unità previste. Il manifatturiero segue, con stime attorno alle 227.870 nuove assunzioni. Questi dati mostrano che non c’è solo un’alta incidenza percentuale in alcuni comparti, ma anche volumi significativi che rendono i lavoratori stranieri parte integrante dell’attività quotidiana delle imprese.
Per le aziende ciò significa impostare percorsi formativi mirati e controlli contrattuali più stringenti, così da assicurare continuità produttiva e rispetto delle norme.
La presenza di lavoratori non italiani varia molto sul territorio. Tra le regioni con la quota più alta sulle nuove assunzioni figurano Trentino‑Alto Adige (31,5%), Emilia‑Romagna (30,6%) e Lombardia (29,2%), tutte oltre la media nazionale. Questi territori ospitano sistemi produttivi diversificati, con manifattura e servizi ad alta intensità di lavoro che spiegano in parte la domanda.
A livello locale la concentrazione condiziona le strategie di reclutamento: molte imprese ricorrono a canali internazionali per assicurare la continuità operativa e rispettare gli obblighi normativi.
La Puglia mostra una struttura della domanda di lavoro straniero più bassa della media nazionale: la componente straniera pesa sul totale delle nuove assunzioni regionali per il 13,6%. Tuttavia la situazione cambia molto da provincia a provincia. Foggia spicca con il 22,9%, mentre Taranto è al 12,8% e Bari al 12,3% — quest’ultima con 20.190 ingressi stranieri previsti in valore assoluto. Lecce e Brindisi si attestano rispettivamente al 10,3% e al 9,0%.
Questa dinamica riflette cambiamenti demografici e bisogni produttivi specifici. L’articolo ricostruisce dove e come si concentra questa domanda — per settore e territorio — e valuta l’impatto sul sistema produttivo e sulle pratiche aziendali, come la formazione professionale e gli adempimenti di controllo.0
Questa dinamica riflette cambiamenti demografici e bisogni produttivi specifici. L’articolo ricostruisce dove e come si concentra questa domanda — per settore e territorio — e valuta l’impatto sul sistema produttivo e sulle pratiche aziendali, come la formazione professionale e gli adempimenti di controllo.1
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Questa dinamica riflette cambiamenti demografici e bisogni produttivi specifici. L’articolo ricostruisce dove e come si concentra questa domanda — per settore e territorio — e valuta l’impatto sul sistema produttivo e sulle pratiche aziendali, come la formazione professionale e gli adempimenti di controllo.3
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