come cambiano competenze e reclutamento it con l’intelligenza artificiale

L'arrivo dell'AI sta cambiando chi viene assunto nell'IT, quali competenze contano e come aziende e università devono collaborare per formare professionisti efficaci.

Il mercato del lavoro in Europa sta cambiando sotto i nostri occhi: la domanda di competenze digitali cresce più velocemente dell’offerta, e l’arrivo su larga scala dell’intelligenza artificiale ha accelerato la rimodellazione dei ruoli. Mentre alcune mansioni ripetitive vengono progressivamente automatizzate, emergono profili nuovi e specialistici legati allo sviluppo, all’uso e alla governance dei modelli. Questa trasformazione tocca tanto le grandi imprese quanto le PMI, influenzando formazione interna, piani di carriera e scelte di investimento.

Dietro ai titoli di cronaca c’è una realtà semplice: la carenza di professionisti IT non è una novità, ma l’AI ha aggiunto variabili che complicano ulteriormente il mercato. Posizioni tradizionali vengono ridisegnate o sostituite dall’automazione; nello stesso tempo nascono ruoli come prompt engineer o specialisti nella validazione dei modelli. Le aziende oggi preferiscono puntare su competenze che facilitano l’adozione tecnologica, più che su conoscenze limitate a strumenti storici.

Le strategie adottate dalle imprese si muovono su tre direttrici chiare. Prima: potenziare la formazione interna per sviluppare sia skill tecniche che competenze trasversali. Seconda: reclutare profili con esperienza concreta in AI e prompt engineering. Terza: esternalizzare le attività facilmente standardizzabili, affidandole a servizi specialistici o all’automazione. Ne deriva uno spostamento della domanda verso figure ibride, capaci di coniugare competenze tecniche, governance e conoscenze normative.

Chi sa gestire processi e persone insieme alla tecnologia sta diventando sempre più prezioso. Le piattaforme low-code/no-code accelerano i progetti, ma le imprese preferiscono professionisti che uniscano esperienza operativa e capacità di gestione del rischio: costano meno in fase di inserimento e riducono i tempi di integrazione rispetto ai profili troppo junior. Fattori demografici e vincoli di budget alimentano questo orientamento, con ricadute concrete su offerta di lavoro e programmi di formazione.

L’automazione non cancella semplicemente posti di lavoro: riassegna responsabilità e sposta il baricentro operativo. Strumenti di AI che generano codice o assistono attività complesse possono ridurre il carico sui compiti ripetitivi, ma allo stesso tempo spingono verso ruoli focalizzati su continuità, sicurezza e controllo dei sistemi. Per le aziende significa investire in formazione specialistica e rafforzare i processi di controllo interno.

La domanda si concentra sempre più su competenze specialistiche: chi capisce gli algoritmi, sa sviluppare e validare modelli e domina il prompt engineering è oggi ricercatissimo. Non basta saper usare uno strumento: serve inserirlo nei processi aziendali e misurarne l’efficacia. Per questo molte imprese aumentano la spesa in formazione tecnica e in sistemi di governance, modificando anche il modo in cui reclutano e pianificano le carriere.

Università e percorsi formativi devono fare un salto di praticità. Il ruolo accademico nella ricerca rimane centrale, ma stage strutturati e progetti congiunti con le imprese accorciano i tempi di inserimento professionale. Le aziende che collaborano con atenei ottengono on‑boarding più rapidi e costi di inserimento inferiori; nel medio termine, percorsi post-diploma e piani aziendali di aggiornamento diventano leve decisive per le metriche occupazionali.

I numeri raccontano una varianza significativa: la quota di laureati impiegati in ruoli coerenti con il titolo nei primi 12 mesi cambia molto da una disciplina all’altra. Dove esistono partnership formative e componenti pratiche nel curriculum, i tempi di inserimento si riducono mediamente del 20–30%, e i costi di training per le aziende si abbassano.

Sul piano macro, la specializzazione produttiva e la digitalizzazione hanno ampliato il divario tra offerta formativa e domanda. Le università sono chiamate a rivedere curricula e metodi, mentre le imprese faticano a trovare l’equilibrio tra rapidità di assunzione e qualità delle competenze. Gli investitori, dal canto loro, premiano chi dimostra processi formativi sistematici e misurabili.

A influenzare il matching tra domanda e offerta sono elementi concreti: la qualità dei tirocini, il collegamento tra ricerca e applicazione industriale e la disponibilità di aggiornamenti continui. Partnership solide tra istituzioni e imprese riducono il mismatch e migliorano la retention. Conta anche la diffusione di programmi post-diploma orientati al lavoro e la capacità delle aziende di sostenere economicamente percorsi di upskilling.

Dietro ai titoli di cronaca c’è una realtà semplice: la carenza di professionisti IT non è una novità, ma l’AI ha aggiunto variabili che complicano ulteriormente il mercato. Posizioni tradizionali vengono ridisegnate o sostituite dall’automazione; nello stesso tempo nascono ruoli come prompt engineer o specialisti nella validazione dei modelli. Le aziende oggi preferiscono puntare su competenze che facilitano l’adozione tecnologica, più che su conoscenze limitate a strumenti storici.0

Scritto da Sarah Finance

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