Bergamo segna l'1,3% di disoccupazione ma la diminuzione dei dipendenti e l'aumento delle persone inattive, in particolare donne, sollevano preoccupazioni sul futuro del mercato del lavoro
I dati ISTAT relativi alla media del 2026, pubblicati il 13 marzo 2026, confermano che la provincia di Bergamo conserva il tasso di disoccupazione più basso d’Italia, fissato all’1,3% nella fascia 15-74 anni. Tuttavia, dietro questo primato si nascondono trasformazioni significative: la popolazione in età lavorativa è aumentata, ma la partecipazione attiva al lavoro si è ridotta, con un incremento dell’inattività che coinvolge in misura rilevante il genere femminile.
Il bilancio complessivo del 2026 racconta quindi una realtà ambivalente: meno persone in cerca di impiego ma anche meno persone impegnate nel mercato del lavoro subordinato. In questo articolo esploriamo i numeri principali, le dinamiche tra lavoro dipendente e indipendente e le conseguenze per imprese e politiche locali, mantenendo come riferimento le rilevazioni ufficiali dell’ISTAT.
La provincia si distingue per un tasso di disoccupazione particolarmente basso, risultato trainato soprattutto dalla componente maschile. Nonostante ciò, la situazione non è omogenea per età e genere: tra i 25 e i 34 anni il tasso registra un incremento di 1,3 punti, riportandosi su valori storici del periodo precedente, mentre nella fascia 15-24 anni si consolida il calo avviato tra il 2026 e il 2026, con una diminuzione importante rispetto ai picchi degli anni precedenti. Queste oscillazioni evidenziano che il valore complessivo dell’1,3% convive con dinamiche interne molto diverse.
Secondo le stime, nella provincia risultano circa 7.000 persone in cerca di lavoro, numero che scende drasticamente rispetto ai 17.600 del 2019. Allo stesso tempo la popolazione in età lavorativa è salita a circa 963.000 individui: nonostante questo aumento, le forze di lavoro si sono contratte di circa 4.000 unità, posizionandosi intorno alle 501.000 persone. Il tasso di occupazione nella fascia 15-64 anni è del 67,9%, in lieve calo rispetto all’anno precedente (68,4%), e per il sesto anno consecutivo mantiene un valore inferiore alla media regionale.
Una delle evidenze più rilevanti è l’incremento dell’inattività: gli inattivi totali (15 anni e oltre) sono saliti notevolmente e il tasso di inattività nella fascia 15-64 anni è aumentato, avvicinandosi ai livelli del 2019. La spinta principale in questo senso arriva dalle donne: nella fascia 15-64 anni si registrano circa 6.000 donne inattive in più rispetto all’anno precedente, con una perdita di 1,8 punti nel tasso di occupazione femminile. Questo fenomeno riapre il divario di genere dopo il miglioramento osservato nel ciclo precedente e solleva interrogativi su fattori sociali, familiari e di conciliazione lavoro-vita.
Il mercato del lavoro bergamasco mostra una marcata riduzione delle posizioni subordinate: nel 2026 si registra una perdita netta di circa 16.000 lavoratori dipendenti. Parzialmente compensata è la crescita del lavoro autonomo, che ha guadagnato circa 13.000 unità. Il saldo complessivo delle posizioni lavorative evidenzia quindi una perdita netta di circa 2.000 occupati, con impatti sulla stabilità delle relazioni contrattuali, sulla protezione sociale e sulle dinamiche salariali.
Le aziende locali continuano a segnalare difficoltà nel reperire profili tecnici e operai specializzati, nonostante il calo della partecipazione complessiva. Questo apparente paradosso suggerisce un disallineamento tra domanda e offerta: da un lato esistono posizioni vacanti, dall’altro aumenta la quota di popolazione che sceglie o è costretta a non cercare lavoro. Il risultato è un equilibrio fragilissimo del sistema produttivo: la provincia non espelle lavoratori verso la disoccupazione, ma perde effettiva partecipazione al mercato del lavoro.
Per il presidente della Camera di commercio, Giovanni Zambonelli, il primato sull’1,3% non può far abbassare la guardia: è necessario avviare politiche locali mirate per riportare nel circuito del lavoro in particolare le donne e i giovani adulti, rafforzare la formazione tecnica e facilitare la transizione verso occupazioni stabili. Tra le misure possibili vanno considerate iniziative di conciliazione, percorsi di riqualificazione professionale e incentivi per forme contrattuali che favoriscano la stabilità e la crescita di competenze specifiche.
In conclusione, i dati del 2026 fotografano una Bergamo che conserva un primato nazionale ma deve affrontare una trasformazione profonda del proprio mercato del lavoro: inattività femminile, riduzione del lavoro dipendente e spostamento verso posizioni autonome sono i temi che richiedono risposte urgenti per garantire la tenuta del sistema economico locale.
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