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A Laura Pariani il Premio Fondazione Il Campiello alla carriera

(Adnkronos) – "Essere riconosciuta vuol dire che ho lavorato bene. Vuol dire che questo mestiere, che sembra così strano, ha avuto un senso". Con queste parole la scrittrice Laura Pariani, 74 anni, ha accolto il Premio Fondazione Il Campiello alla carriera, assegnatole oggi a Venezia, nella giornata conclusiva della 63esima edizione del Premio Campiello. Pariani ha preso parte alla conferenza stampa che si è svolta nella sede della Casa di The Human Safety Net, all'interno delle Procuratie Vecchie in Piazza San Marco. Un momento di riconoscimento ufficiale per una delle voci più coraggiose e originali della narrativa italiana, capace di attraversare i decenni rimanendo fedele alla propria visione letteraria e umana. Pariani ha ricordato con lucidità le sue precedenti partecipazioni al Campiello – la prima nel 1998 con "La perfezione degli elastici (e del cinema) edito da Rizzoli e ha sottolineato come, negli anni, il premio sia cambiato profondamente: "Quasi trent'anni fa mi sembrava un premio più di facciata. Oggi sento un interesse vero verso la letteratura, verso chi fa questa strana professione dello scrivere". Un cambiamento che, secondo lei, distingue il Campiello da molti altri riconoscimenti letterari: "In altre manifestazioni si sapeva già chi avrebbe vinto. Qui mi sono sempre sentita libera". In un passaggio particolarmente intenso, Laura Pariani ha offerto una riflessione sul ruolo della letteratura nella società contemporanea, in rapporto al potere: "Il potere non legge letteratura. Legge i rendiconti bancari, i mercati finanziari. La letteratura racconta quella parte di noi che non sta nella politica o nell’economia: la parte fragile, malinconica. E le crisi sarebbero diverse se tutti ce ne rendessimo conto". In concomitanza con il premio alla carriera del Campiello, Pariani ha presentato anche il suo nuovo romanzo, "Primamà" (La nave di Teseo), in cui dà voce alla figura della prima donna, l'Eva biblica del libro della Geesi, da sempre raccontata da altri: "Nella Bibbia si racconta la morte di Adamo, ma di Eva non si dice nulla. Ho voluto immaginare la sua fine, la sua voce. Eva ha avuto 140 figli, ha visto nascere il mondo, ma nessuno si è chiesto cosa provasse. Mi sembrava giusto darle finalmente parola". Il romanzo nasce da una domanda semplice e potente: che fine ha fatto Eva? "Neppure gli artisti l’hanno mai dipinta morente – ha raccontato l'autrice – Eva viene sempre ritratta nella colpa, nella cacciata. Ma nessuno si chiede cosa prova una madre quando il figlio Caino uccide Abele. Mi sembrava giusto restituirle la voce". Nel parlare della sua Eva, Pariani rivendica anche una poetica personale che da sempre attraversa la sua scrittura: quella della narrazione come resistenza e sopravvivenza. "Se si tace, si perde. Sempre. L'ho imparato da bambina. Una vittima che non racconta perde due volte. La voce è vita". Con questo spirito, Laura Pariani ha ricevuto il Campiello alla carriera. Non come punto d’arrivo, ma come nuova tappa nel suo cammino di scrittrice che non ha mai smesso di raccontare ciò che sta ai margini, ciò che viene dimenticato o taciuto. (di Paolo Martini) —culturawebinfo@adnkronos.com (Web Info)

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