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3 Novembre 2026

Unindustria, filiera e investimenti per rafforzare competitività imprese regione Lazio

(Adnkronos) – Promuovere politiche di filiera e di investimento. Questa la sintesi della tavola rotonda svoltasi in occasione del convegno ‘Industria e competitività nel Lazio. ... Read more

(Adnkronos) – Promuovere politiche di filiera e di investimento. Questa la sintesi della tavola rotonda svoltasi in occasione del convegno ‘Industria e competitività nel Lazio. Scenari e prospettive’ organizzato da Unindustria presso Villa Blanc, sede di Luiss Business School. “I settori che trainano di più – ha spiegato Alessandro Fontana, direttore Centro Studi Confindustria – sono quelli in cui è specializzato il Lazio come farmaceutico, aerospazio, energia e automotive e credo che faranno anche meglio della media nazionale. Sulla parte servizi Ict e turismo il Lazio è tra i più forti a livello nazionale. L’aumento della produttività determina la crescita dei salari. E’ necessario fare molti investimenti che però le piccole imprese non possono fare, anche perché si innesta la media demografica degli imprenditori che è di oltre 50 anni. L’aumento dimensionale poi sta avvenendo ma molto lentamente perché è molto costoso. Tutti devono cercare di fare analisi delle filiere produttive territoriali e attuare delle politiche di filiera per far andare avanti le piccole imprese”.  

Per Giuseppe Russo, direttore Centro Einaudi, “quando si parla di crescita si deve arrivare alla ricerca. Esiste un sistema di ricerca pubblica che però non si aggancia al sistema privato. In altri sistemi il ‘giunto’ esiste ed è garantito dalla struttura partecipata sistema pubblico e privato. Quando si pensa all’innovazione si pensa sempre alle startup, ma l’innovazione che scala più rapidamente è quella che si forma nelle imprese già esistenti. Ai fini della crescita se il numero delle pmi è ancora limitato nel Lazio allora si tratta di aumentarle e un modo potrebbe essere quello di capire quante ‘quasi imprese’ esistono per investire su di esse”.  

“In questi mesi – ha spiegato Gian Paolo Manzella, vicepresidente Svimez – si sta discutendo il nuovo bilancio europeo e l’indicazione della politica industriale europea è la selettività, il raccordo con le università e il territorio. Importante per gli imprenditori è la continuità amministrativa delle scelte: bisogna sedimentare i programmi creando così fiducia nel rapporto pubblico-privato. Propongo di introdurre la cultura d’impresa nelle scuole e mettere nella Regione un ufficio di attrazione investimenti esteri. Si deve poi parlare con l’Europa perché la regione Lazio fa parte di filiere strategiche anche a livello internazionale”.  

“Per stare al passo con i competitor – ha osservato Francesco Di Ciommo, prorettore Luiss Guido Carli – bisogna investire. Il Lazio andrebbe studiato e approfondito perché abbiamo pmi che si basano sulla capacità di intuito dell’imprenditore e dei suoi collaboratori più stretti, dando vita ad un modello virtuoso. Roma potrebbe essere un ecosistema perfetto per fare impresa, è sede delle più importanti autorità di vigilanza, del governo, ci sono numerosissime università quindi capacità di formare giovani in grado di alimentare il sistema imprenditoriale del Lazio. A Roma hanno anche sede le casse di previdenza e gli enti di previdenza pari a 300 miliardi di patrimonio ‘para-privato'”.  

“Che la finanza manchi – ha aggiunto – è un mito ma falso. L’impresa del Lazio è tradizionale, ha una forte patrimonializzazione e tende ad investire di meno. I nostri giovani non hanno più voglia di fare gli imprenditori, perché non vogliono rischiare; nelle università abbiamo agevolato questa dinamica alimentando il mito del manager”. 

Biazzo (Unindustria), ‘per crescere darsi obiettivi di medio e lungo termine facendo sistema’
 

“Noi abbiamo impostato un rapporto con i nostri interlocutori dando l’esempio facendo sistema con l’accorpamento delle province. Bisogna darsi degli obiettivi di medio e lungo termine facendo sistema”. A dirlo Giuseppe Biazzo, presidente Unindustria, intervenendo all’evento ‘Industria e competitività nel Lazio. Scenari e prospettive’ organizzato da Unindustria presso Villa Blanc, sede di Luiss Business School.  

“Abbiamo molto da lavorare – ha sottolineato – per portare la ricerca più vicina al mercato. I numeri delle pmi sono troppo bassi e per questo dobbiamo spiegare ai nostri associati che crescere dimensionalmente è la via per poter garantire un futuro all’azienda. Credo che i fondi possano e debbano cambiare il loro schema. Bisogna capire che tipo di strumenti mettere a disposizione degli imprenditori che vogliono crescere”. 

“Bisogna poi lavorare – ha suggerito – sull’export per far sì che le nostre medio aziende trovino spazio all’estero. Noi dobbiamo lasciare al mio futuro presidente delle ‘cose fatte’ e strutture che funzionano”. 

Abete (Luiss Business School), ‘più medie imprese per Roma’
 

“L’industria a Roma esiste: c’è l’industria della cultura, della tecnologia e della farmacia. Il problema è che oggi però l’impresa deve essere nominata, deve avere nome e cognome, e lo hanno solo le pmi. La media impresa è quella che promuove di più il territorio. Il made in Italy infatti è rappresentato da quei prodotti che nascono dalle pmi. Se avessimo più medie imprese a Roma sarebbe meglio perché farebbe ‘alzare la testa dall’acqua’ al sistema imprenditoriale del territorio”. A dirlo Luigi Abete, presidente Luiss Business School, intervenendo all’evento ‘Industria e competitività nel Lazio. Scenari e prospettive’ organizzato da Unindustria presso Villa Blanc, sede di Luiss Business School. 

Ragni (Unindustria), ‘tessuto imprenditoriale molto dinamico e importante’
 

“Siamo abituati – ha detto Luciano Ragni, delegato Centro studi Unindustria – su parametri nazionali e internazionali e questo rischia di farci perdere la realtà del tessuto regionale. Eppure, il Lazio ha un Pil di 247 mld, ha un polo farmaceutico tra i più importanti in Europa, concentra il 14% dell’industria aerospaziale, è l’hub dell’industria cinematografia e audiovisiva. Parliamo di un tessuto imprenditoriale molto dinamico e importante per quello che può potenzialmente sviluppare; è l’insieme di un tessuto produttivo fatto di voglia di fare. Il tessuto imprenditoriale del Lazio – sottolinea – ha potenzialità molto più grandi di quelle che vengono considerate e come Centro Studi vogliamo dare una grande spinta per farle conoscere”. 

Rapporto Mediobanca, 76 le medie imprese industriali con 3,2 mld euro fatturato e 8.900 addetti
 

“Le medie imprese industriali rappresentano un osservatorio particolarmente significativo per comprendere le prospettive di sviluppo del Lazio, perché combinano radicamento territoriale, capacità innovativa, apertura internazionale e crescita occupazionale e costituiscono spesso il punto di passaggio tra la piccola impresa e quella di maggiore dimensione. L’analisi dell’area Studi Mediobanca considera medie le società di capitali manifatturiere con 50-499 dipendenti e un fatturato compreso tra 19 e 415 milioni di euro, secondo un perimetro che consente di osservare l’intero universo di riferimento e non un semplice campione”. A dirlo l’economista Emanuela Salerno, presentando oggi il Rapporto Area Studi Mediobanca. 

Nel 2024 il Lazio conta 76 medie imprese industriali, pari al 2,1% del totale nazionale, che generano quasi 3,2 miliardi di euro di fatturato, occupano circa 8.900 addetti ed esportano per oltre 1,1 miliardi. Nel lungo periodo il loro sviluppo è stato rilevante: rispetto al 1996 il numero delle imprese è cresciuto del 33%, il fatturato del 119%, le esportazioni del 266% e l’occupazione del 36,8%. Rimane tuttavia uno spazio di crescita sul fronte internazionale: l’export rappresenta il 35,4% del fatturato, contro il 41,5% dell’insieme delle medie imprese italiane.  

Uno degli elementi più distintivi del sistema laziale è la specializzazione tecnologica. Il chimico-farmaceutico genera il 21,6% dei ricavi delle medie imprese regionali, contro il 12,6% nel resto d’Italia. Complessivamente, le attività ad alta e medio-alta tecnologia rappresentano il 44,6% del fatturato, rispetto al 30,7% nel resto del Paese. E’ soprattutto l’evoluzione nel tempo a risultare significativa: nel Lazio questa quota è passata dal 28,3% del 1996 al 44,6% del 2024, mentre la componente a bassa tecnologia si è ridotta dal 51,9% al 29,6%. Il Lazio delle medie imprese, dunque, non è semplicemente cresciuto: ha progressivamente modificato il proprio profilo industriale verso attività a maggiore intensità tecnologica. 

 

A questa specializzazione si accompagna una buona capacità di generare risultati economici. Nel 2024 le medie imprese del Lazio registrano un Ebit margin dell’8,5%, rispetto al 7,9% nel resto d’Italia; anche Roi e Roe risultano superiori al benchmark nazionale. Allo stesso tempo emerge un possibile spazio di sviluppo sul fronte degli investimenti: quelli materiali rappresentano il 3,4% del fatturato, rispetto al 3,8% nel resto d’Italia. La questione diventa quindi come trasformare una buona capacità reddituale in investimenti capaci di alimentare una nuova fase di crescita. Sul piano finanziario, le medie imprese laziali mostrano una struttura patrimoniale solida, con una patrimonializzazione sostanzialmente allineata a quella del resto d’Italia. La sfida è quindi mobilitare questa base finanziaria a sostegno degli investimenti e della crescita dimensionale. 

La crescita, tuttavia, non è soltanto una questione di capitale. Coinvolge anche gli aspetti legati ad organizzazione e managerializzazione. Nel Lazio il 36% delle medie imprese ha un amministratore unico, contro il 17% nel resto d’Italia. Una maggiore concentrazione decisionale non implica necessariamente una governance meno efficace, ma il tema assume rilievo quando cresce la dimensione dell’impresa e aumenta la complessità da gestire. Diventano allora cruciali la capacità di delega, l’inserimento delle competenze necessarie e la costruzione di una struttura manageriale capace di affiancare l’imprenditore nel percorso di crescita.  

“In questa prospettiva – sottolinea l’economista Emanuela Salerno – anche l’apertura del capitale può costituire una delle leve disponibili, senza rappresentare un obiettivo in sé. L’indagine 2026 sulle medie imprese italiane mostra infatti che, tra le aziende che considerano questa possibilità, le principali motivazioni riguardano la crescita attraverso acquisizioni, il reperimento di risorse per nuovi investimenti e l’accesso a competenze manageriali esterne alla famiglia. Il capitale esterno può quindi significare non soltanto finanza, ma maggiore scala, nuove competenze e capacità organizzativa”. 

 

E’ proprio per dare concretezza a questo percorso che viene preso in esame il caso di Bsp pharmaceuticals. L’azienda di Latina figura nelle ultime due edizioni pubblicate de ‘Le principali società italiane tra le società dinamiche del Quarto capitalismo’. La scelta di richiamare Bsp non risponde soltanto alla volontà di presentare un caso aziendale di successo: nel suo percorso si ritrovano molte delle caratteristiche emerse dall’analisi delle medie imprese laziali. Specializzazione nel farmaceutico ad alto contenuto di conoscenza, tecnologia e ricerca, investimenti, competenze qualificate, fortissima apertura ai mercati internazionali ed evoluzione organizzativa sono elementi che hanno accompagnato la crescita dell’impresa.  

“Il caso Bsp – commenta l’economista Emanuela Salerno – permette così di passare dai dati alla dinamica concreta dell’impresa e di mostrare come queste leve, quando agiscono insieme, possano produrre un salto di scala. La sua evoluzione da media a medio-grande impresa restituisce infatti il messaggio centrale dell’intervento: la dimensione non è necessariamente il punto di partenza, ma può essere il risultato di un percorso. Un percorso nel quale specializzazione, tecnologia, competenze, mercati e organizzazione si rafforzano reciprocamente e si traducono in crescita dimensionale”.  

“E’ questa – osserva – la prospettiva attraverso cui leggere il contributo delle medie imprese alla competitività del Lazio: non soltanto imprese che hanno raggiunto una determinata dimensione, ma imprese che possono continuare a crescere, trasformando il potenziale produttivo e tecnologico del territorio in investimenti, occupazione qualificata, internazionalizzazione e maggiore scala. Ed è proprio il caso Bsp a suggerire la formula che sintetizza il senso dell’intervento: essere una media impresa non significa necessariamente essere ‘nella media’. La sfida è creare le condizioni perché sempre più imprese possano ‘uscire dalla media dell’esistente'”. 

Unindustria, dopo calo post Covid in aumento export, settore Farmaceutico ruolo dominante
 

“Tra il 2007 e il 2021 la quota laziale sulle esportazioni nazionali è aumentata pressoché costantemente, arrivando ad avvicinare il 6% dal circa 3,5% iniziale. La quota è poi ridiscesa nel triennio post Covid, risultando nel 2023 pari al 4,5%. Il biennio 2024-25 registra un nuovo aumento della quota, risalita al di sopra del 5,5%. L’aumento delle esportazioni laziali è accompagnato da una tendenziale polarizzazione del modello di specializzazione. Un ruolo dominante è stato in particolare rivestito al settore Farmaceutico”. A dirlo Riccardo Persio, economista del Centro Europa Ricerche, presentando oggi il ‘Dentro la competitività del Lazio: mercati, settori, effetti di sistema’, elaborazione Centro Studi Unindustria su rapporto Cer, in occasione dell’evento ‘Industria e competitività nel Lazio. Scenari e prospettive’ organizzato da Unindustria presso Villa Blanc, sede di Luiss Business School. 

“La polarizzazione del modello – spiega – è coerente con le prescrizioni teoriche per cui l’espansione sui mercati internazionali di un’economia piccola (tale è il Lazio nell’arena mondiale) è favorita dal progressivo approfondimento della specializzazione nei soli comparti di vantaggio comparato, piuttosto che dalla diversificazione settoriale. Anche se ciò espone il sistema produttivo a shock idiosincratici, ossia concentrati sui soli settori di specializzazione”.  

“Una polarizzazione – sottolinea – si osserva anche a livello provinciale. Le esportazioni del Lazio sono infatti concentrate in tre delle cinque province (Roma Frosinone e Latina). Queste ultime due province sono quelle che nel periodo esaminato presentano la dinamica maggiore, con una quota complessiva sulle esportazioni nazionali (3% circa) giunto a superare la quota di Roma (poco più del 2%). L‘analisi di un modello di constant market shares (csm) evidenzia l’efficienza dinamica del modello laziale, dal momento che l’approfondimento della specializzazione settoriale ha seguito l’evoluzione della domanda mondiale. In altre parole, il Lazio è stato capace di approfondire i propri vantaggi comparati in alcuni dei settori che più sono cresciuti a livello mondiale. Quest’efficienza dinamica ha ‘protetto’ il Lazio anche nella fase di flessione della sua quota di esportazioni sul totale nazionale, nel periodo 2020-23”. 

Nel 2007-2020 e nel 2023-25 ha agito con segno positivo anche l’effetto sistema, che misura quanta parte dell’aumento della quota non sia spigata dall’interazione settori/mercati. In questo periodo ha cioè operato un effetto competitività specifico del Lazio, che ha permesso di registrare aumenti addizionali dell’export. Questo effetto sistema è stato invece negativo nel 2020-23. L’aumento della quota del Lazio sulle esportazioni nazionali è un indicatore affidabile dell’aumentata competitività del sistema produttivo regionale. 

L’analisi evidenzia come il miglioramento competitivo sia prevalentemente legato a una favorevole composizione settori/mercati della specializzazione produttiva. E’ presente anche un più generale effetto di competitività di sistema, che indica come la performance laziale sia migliorata più di quanto sia spiegabile con l’interazione settori/mercati. Questo aumento di competitività si è fino a oggi accompagnato con una forte polarizzazione delle specializzazioni. A livello territoriale, si osservano, da una parte la tenuta competitiva di Roma, dall’altra il rafforzamento delle province di Latina e Frosinone. Necessità di ulteriore verifica l’esposizione del Lazio a un rischio di shock idiosincratico, in particolare relativo al settore farmaceutico. 

L’analisi parte dall’osservazione che, in generale, una regione è competitiva laddove, a parità di condizioni, realizza performance migliori di altre regioni. La competitività di una regione trova misura nella sua capacità di promuovere un avanzamento costante del proprio modello di specializzazione, attraverso l’attività innovativa e l’apertura ai mercati internazionali. Questa seconda definizione ha una connotazione dinamica e declina il concetto di competitività all’interno del paradigma schumpeteriano della distruzione creatrice. Si tratta di un passaggio essenziale, perché dà evidenza al fatto che una regione può diventare più competitivo anche attraverso processi di concentrazione settoriale e geografica delle produzioni. Un esito peraltro alla radice stessa della teoria del commercio internazionale, per cui una specializzazione sui soli settori di vantaggio comparato determina un equilibrio economicamente superiore a quello che si raggiungerebbe con una matrice produttiva estesa a tutti i settori oggetto di scambio. 

E’ dunque possibile e finanche probabile che un territorio realizzi l’avanzamento del modello produttivo approfondendo le proprie specializzazioni produttive, piuttosto che diversificandole. Una distinzione che rileva ai fini della politica regionale, non potendosi dare per scontato che misure volte a promuovere l’avanzamento del modello di specializzazione siano sufficienti a conservare un grado omogeneo di benessere sul territorio. 

Date queste premesse, come variabile di performance viene considerata la variazione nel tempo della quota del Lazio sulle esortazioni nazionali. L’analisi viene quindi sviluppata attraverso: l’elaborazione di appositi indici di specializzazione; la costruzione di un modello di constant market shares (csm).  

Quest’ultimo consente di verificare se il Lazio è sia più o meno competitivo: perché presente su mercati che crescono più della media; perché specializzato su produzioni la cui domanda aumenta più della media; per la presenza un più generale effetto di sistema, che rende il territorio più competitivo anche in presenza di andamenti di mercato e di settore in linea con la media. 

Unindustria, 36 mld euro export, principali settori farmaceutica, chimica e aeronautica-aerospazio
 

L’export 2025 della regione Lazio è pari a 36 miliardi di euro posizionandosi al sesto posto nella classifica delle regioni italiane. I principali settori di esportazione sono farmaceutica, chimica e aeronautica-aerospazio. Il valore aggiunto per addetto delle multinazionali è pari a 131mila euro (il più elevato in Italia). Sono alcuni dei dati elaborati dal Centro Studi Unindustria su dati Istat, Eurostat e Mur, illustrati. 

L’8,6% degli occupati regionali è impiegata nelle ‘High-technology manufacturing industries’ e negli ‘High-tech knowledge-intensive services’ (prima regione italiana, segue la Lombardia con 6,2%; 4,7% la media nazionale). 

Dal punto di vista dell’alta formazione e ricerca 14 atenei sugli 89 presenti sul territorio nazionale registrano 237mila iscritti nell’anno accademico 2024/25 e 46mila laureati nel 2025 (2a regione dopo la Lombardia). La spesa in R&S è pari al 2,1% del Pil regionale (terza regione regione dopo Piemonte ed Emilia-Romagna). Nel Lazio si concentra il 31% degli addetti alla ricerca delle istituzioni pubbliche (escluse le università) e il 44% della spesa. La composizione del tessuto imprenditoriale laziale per numero di addetti vede una quota elevata di micro imprese, 94,67% contro il 93% della media nazionale, un’incidenza minore sia delle piccole che delle medie imprese, rispettivamente il 4,56% e lo 0,67% a fronte del 6,07% e 0,82% per l’Italia, e una quota di grandi imprese in linea con il dato nazionale (0,10% Lazio; 0,09% Italia). 

Unindustria, competitivo con farmaceutica Ict aerospazio cinema energia ceramica sanitaria e turismo
 

Farmaceutica, aerospazio-difesa, Ict e digitale, cinema e audiovisivo, energia e green, ceramica sanitaria e turismo. Sono questi i settori produttivi che guidano l’imprenditorialità della regione Lazio. Emerge dalle Elaborazioni del Centro Studi Unindustria su dati Istat; Farmindustria; Lazio Innova illustrati oggi. Il Lazio ospita uno dei principali poli farmaceutici europei, con 102 unità locali e circa 13.000 addetti diretti, cui si aggiungono 15.000 occupati nei settori fornitori, pari complessivamente al 18% dell’occupazione nazionale della filiera. Il comparto si distingue per l’elevata intensità di ricerca e innovazione, con 1.400 addetti in R&S (19% del totale nazionale) e 374 milioni di euro di investimenti in R&S (15%).  

La dimensione media delle imprese è di 111 addetti, contro gli 87 della media italiana, mentre il valore aggiunto per addetto raggiunge i 143.000 euro, a fronte dei 64.000 euro della media regionale. E’ il primo settore manifatturiero del Lazio per esportazioni, con 18 miliardi di euro nel 2025, pari al 26% dell’export farmaceutico nazionale e al 50% delle esportazioni complessive regionali. La filiera è caratterizzata da una forte presenza di multinazionali e imprese contoterziste, specializzate nella sintesi chimica, la produzione biologica e l’infialamento sterile. 

Il Lazio rappresenta uno dei principali poli aerospaziali italiani ed europei, con competenze industriali e tecnologiche di eccellenza anche nei settori della difesa e della sicurezza. La filiera conta circa 300 imprese core, oltre 23.000 addetti e un fatturato annuo di circa 5 mld di euro. La regione concentra oltre il 35% dell’industria aerospaziale nazionale, grazie a un sistema produttivo che integra grandi gruppi industriali, pmi specializzate e centri di ricerca. I principali poli si sviluppano lungo la Tiburtina, a Pomezia e a Colleferro, con attività che spaziano dalla produzione di satelliti, sistemi elettronici e tecnologie per l’osservazione della Terra alla propulsione e ai lanciatori spaziali. La crescente integrazione tra aerospazio, difesa e sicurezza offre importanti opportunità di sviluppo industriale in tutti i territori della regione. 

Il Lazio è la seconda regione italiana dopo la Lombardia per rilevanza del settore ICT, con 16.500 imprese nel 2025 (12% del totale nazionale), oltre 100.000 addetti (16%) e 1.400 startup e pmi innovative Ict (13%). Roma concentra l’84% delle imprese ICT regionali e si colloca al 2° posto in Italia dopo Milano (con rispettivamente il 10% e il 12% del totale nazionale); interessanti segnali di sviluppo provengono inoltre dai territori extra Roma. Negli ultimi anni il mercato digitale laziale ha registrato una crescita superiore alla media nazionale, raggiungendo 15 miliardi di di euro nel 2025, pari al 18% del mercato italiano.  

L’espansione è sostenuta dagli investimenti in tecnologie avanzate, soprattutto software e soluzioni Ict, servizi Ict e contenuti digitali, e dall’accelerazione dei processi di digitalizzazione della Pa. Un ulteriore punto di forza è rappresentato dalla cybersicurezza, ambito nel quale il Lazio esprime una leadership nazionale grazie alla concentrazione di imprese specializzate, competenze, investimenti e principali istituzioni di riferimento. 

Il cinema e l’audiovisivo costituiscono una delle filiere a più elevato contenuto creativo, tecnologico e professionale dell’economia laziale, con Roma hub nazionale del cinema. Il sistema produttivo comprende 2.900 imprese core e 1.800 imprese dell’indotto (15 Ateco coinvolti), con 16.200 addetti distribuiti tra circa 115 diverse professionalità. La filiera genera complessivamente 8,6 mld di euro di ricavi e 3,6 mld di valore aggiunto (l’1,8% e il 3,3% dell’economia regionale). La netta prevalenza di giovani under 35 nelle professioni tecniche conferisce al comparto un ruolo strategico per l’occupazione giovanile e lo sviluppo delle nuove professionalità legate all’innovazione digitale. 

Il Lazio rappresenta il principale polo direzionale e centro occupazionale dell’industria energetica italiana, grazie alla presenza delle sedi centrali di grandi operatori nazionali quali Enel, Eni, Terna e Acea. Il settore conta 1.200 imprese, pari al 7% del totale nazionale, e circa 12.000 addetti (14%). La concentrazione nell’area romana delle funzioni strategiche, gestionali e tecniche dei principali gruppi conferisce alla regione un ruolo centrale nel sistema nazionale, con ricadute in termini di occupazione qualificata, innovazione e sviluppo di tecnologie per la transizione energetica. Significativa anche la diffusione degli investimenti sostenibili: 51.000 imprese laziali hanno investito in prodotti e tecnologie green tra il 2019 e il 2024, collocando la regione al terzo posto in Italia, dopo Lombardia e Veneto. 

Il Lazio ospita il distretto di Civita Castellana, il più importante polo produttivo italiano della ceramica sanitaria, che conta 34 stabilimenti e circa 2.000 addetti. Il distretto si distingue per la presenza di alcuni dei brand più prestigiosi a livello mondiale e rappresenta un punto di riferimento internazionale per la qualità, l’innovazione e il design del settore.  

Roma è la principale destinazione turistica italiana, con 56 milioni di presenze nel 2025 (davanti a Venezia, 2a con 39 milioni) e il più ampio patrimonio culturale: 195 beni e siti archeologici, 423 beni architettonici storici e 8 basiliche. Alla forza attrattiva del patrimonio culturale si accompagna una significativa crescita dell’offerta ricettiva di fascia alta: negli ultimi cinque anni si sono registrate 176 nuove aperture di hotel a quattro e cinque stelle, un risultato che colloca Roma al secondo posto in Europa dopo Londra. 

 

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