Il mercato del lavoro italiano è alle prese con una doppia sfida: da un lato la fuga di giovani laureati verso Paesi con maggiori opportunità economiche e professionali, dall’altro la difficoltà di reperire personale qualificato in settori chiave come la manifattura e le professioni Stem. Questi fenomeni, apparentemente distinti, riflettono criticità profonde che richiedono un’analisi approfondita.
La fuga di giovani laureati verso l’estero
Tra il 2019 e il 2024, il numero di stranieri laureati che hanno scelto l’Italia ha superato quello dei laureati italiani che hanno lasciato il Paese, con un saldo positivo di 9.593 unità. Tuttavia, questa compensazione non si è verificata nelle regioni del Nordest, dove il saldo rimane negativo: -671 in Veneto, -288 in Trentino-Alto Adige e -226 in Friuli-Venezia Giulia.
Secondo i dati della Fondazione Nord Est, tra il 2011 e il 2024 circa 486.000 giovani italiani si sono trasferiti nei dieci principali Paesi avanzati, mentre solo 55.000 giovani sono arrivati in Italia da quegli stessi Paesi. Questo rapporto di quasi nove partenze per ogni arrivo sale a più di dieci nel caso del Veneto. La provenienza dei giovani laureati è significativa perché aiuta a comprendere le opportunità tra le quali essi scelgono.
L’Italia può rappresentare una destinazione attrattiva per chi proviene da Paesi con salari più bassi o minori possibilità professionali, ma esercita un richiamo debole sui giovani provenienti da Germania, Francia, Svizzera o Stati Uniti. Le scelte di mobilità non dipendono solo dal salario, ma anche dalla ricerca di contratti stabili, impieghi coerenti con la formazione e percorsi professionali più dinamici.
La difficoltà di trovare specialisti in settori chiave
Le imprese manufatturiere italiane stanno vivendo una crisi nuova: hanno bisogno di coprire il 46,6% delle posizioni disponibili, ma la situazione è particolarmente grave per gli operai specializzati, dove la ricerca riguarda il 61% delle vacanze. Nel Nordest, specie in Friuli-Venezia Giulia, alcune categorie professionali sono praticamente introvabili, specialmente meccanici e ingegneri.
Il problema non è solo la mancanza di competenze specifiche, ma l’assenza pura di candidati: il 26% delle difficoltà di reperimento dipende dal fatto che non si presenta nessuno. In provincia di Modena, ad esempio, le imprese che vogliono assumere trovano un mercato dove quasi la metà dei profili che cercano non esiste disponibile.
Mentre il numero di posizioni aperte rimane stabile, cresce la specializzazione richiesta, spingendo le aziende a chiedere titoli di studio superiori. I diplomati degli ITS, le scuole tecniche superiori, portano con sé già una difficoltà di reperimento del 47%, con alcuni indirizzi che toccano il 66% per costruzione e territorio, il 66% per meccatronica e il 61% per elettronica.
La situazione del lavoro stagionale e precario
Il lavoro stagionale e precario rappresenta un’altra criticità del mercato del lavoro italiano. Il 50% dei lavoratori nel terziario, nel turismo e nei servizi percepisce una retribuzione annua pari o inferiore a 13.950 euro. La piaga del lavoro nero resta intatta, con dipendenti impiegati in nero per poche ore settimanali a integrazione di un contratto regolare che copre solo una parte dell’orario effettivo.
Part-time involontario, stipendi da fame e orari prolungati rappresentano la realtà taciuta del lavoro stagionale. Nel settore del commercio, gli orari di apertura si sono dilatati a dismisura, con ipermercati aperti fino a 15 o 16 ore al giorno. L’80% dei lavoratori del settore turistico viene assunto con contratto part-time, e nel commercio la quota sfiora il 40%.
La miseria genera il ricatto, annulla la dignità e disinnesca il conflitto sociale. Lavoratori e lavoratrici accettano condizioni illegittime e inique pur di modulare l’orario e svolgere un secondo lavoro. La situazione è aggravata dalla mancanza di volontà politica di affrontare il problema del lavoro nero e della precarietà.



