Negli ultimi anni il mondo del lavoro italiano ha registrato segnali evidenti di trasformazione: dall’aumento delle dimissioni volontarie alla persistenza dei NEET, fino alla diffusione della precarietà. Il saggio di Sonia Bertolini, Quitter, Neet e senso del lavoro in Italia (Utet Università), propone una lettura articolata di questi fenomeni, mettendo a fuoco come cambino le aspettative delle nuove generazioni. Più che un rigetto del lavoro in quanto tale, emerge una critica verso un modello occupazionale che spesso non garantisce dignità, riconoscimento né tempo per la vita personale e familiare.
Cosa sta cambiando nel rapporto tra giovani e lavoro
La ricerca evidenzia che il lavoro resta centrale nel passaggio all’età adulta per una larga parte dei giovani: circa il 60% lo indica come elemento chiave. Tuttavia è radicalmente mutata la gerarchia dei valori che lo circondano: la qualità del lavoro, la possibilità di conciliare vita privata e professionale e il riconoscimento sociale sono diventati parametri decisivi nella scelta di un impiego. Questo spostamento valoriale implica che offerte tradizionali, anche se stabili, possano risultare inaccettabili se privi di quei requisiti che le nuove generazioni ritengono essenziali per il proprio progetto di vita.
I numeri che raccontano una trasformazione
I dati confermano una tendenza strutturale: nel 2026 le dimissioni volontarie sono aumentate del 31,73% rispetto all’anno precedente, superando il milione di casi, e le dimissioni da contratti a tempo indeterminato sono cresciute del 22% rispetto al 2026. Nel 2026 sono state registrate 12,2 milioni di cessazioni di contratti, coinvolgendo quasi 7 milioni di lavoratori, con le dimissioni volontarie al 18,5% del totale. Parallelamente, si è assistito a un impoverimento del lavoro nei contenuti e nelle retribuzioni, con l’emergere di occupazioni meno qualificate e processi di esternalizzazione che hanno modificato i percorsi di ingresso nel mercato.
Non è disinteresse: il significato dietro le scelte
La categoria dei quitter — chi lascia volontariamente un impiego — va letta insieme ai NEET, non come fenomeno opposto ma come possibile fase di uno stesso percorso. Per molti giovani, abbandonare un lavoro non è una rinuncia al lavoro in sé ma una reazione a contesti che non producono soddisfazione o sicurezza. L’autonomia economica risulta difficile da raggiungere se il lavoro non è coerente con il percorso di studi o non offre prospettive; in assenza di condizioni minime di qualità, la scelta di uscire dal lavoro rischia di scivolare verso una condizione di inattività prolungata.
Qualità, conciliazione e riconoscimento
Tre criteri ricorrono nelle valutazioni dei giovani: qualità del lavoro (intesa come dignità e adeguatezza ai titoli di studio), capacità di conciliare impegni professionali e vita privata, e riconoscimento simbolico e materiale. Quando queste componenti sono assenti, la retribuzione o il contratto stabile non bastano più. Le nuove generazioni preferiscono, quando possibile, ruoli che offrano tempo per la famiglia, servizi di welfare e opportunità di crescita, e per questo selezionano aziende che promettono maggiore qualità della vita.
Quali risposte servono da imprese e istituzioni
Il nodo non è solo culturale: è politico ed economico. Per evitare che i quitter diventino NEET occorre che il mercato del lavoro e le istituzioni offrano percorsi coerenti e dignitosi. Serve un mix di politiche attive, investimenti in formazione qualificata, regole sul lavoro che riducano la dequalificazione e strumenti di welfare che permettano l’autonomia. Come osservato anche dal mondo sindacale, molti giovani chiedono tempo convertibile in servizi e misure che favoriscano la conciliazione; le imprese competitive sul fronte del benessere lavorativo attraggono e trattengono talenti.
In sintesi, letture semplicistiche basate su conteggi di occupati e disoccupati non bastano: è necessario interpretare i dati all’interno di una prospettiva storica e sociale. Il testo di Sonia Bertolini restituisce complessità al dibattito e impegna a ripensare il senso stesso del lavoro nel confronto con le aspettative delle nuove generazioni. Ascoltare queste istanze significa costruire risposte che coniughino stabilità economica, qualità occupazionale e prospettiva di vita.