(Adnkronos) – "Il primo maggio è l'occasione parlare di un nuovo tipo di lavoro: il nomadismo digitale che, in Italia, è una realtà ma non ancora consolidata". Lo dice all'Adnkronos/Labitalia l'Eurispes ricordando che si tratta "ci sono gli italiani che abbandonano i tradizionali luoghi fisici del lavoro per vivere una vita senza vincoli e con maggiore libertà, spesso spostandosi da un paese all’altro. I risultati indicano che meno di un decimo degli italiani (9,1%) lavora interamente da remoto in una località diversa da quella dove ha sede la sua azienda e un 38,3% conosce persone che lo fanno. L’8,2% del campione ha lasciato il lavoro che svolgeva per privilegiare la propria qualità della vita e le proprie inclinazioni, ad esempio, avere più tempo libero, dedicarsi ai propri hobby, interessi e affetti. Il 28,5% ha almeno un parente, amico, conoscente, che ha fatto questa scelta (il 63,3% no)". "Il 5,2% – sottolinea – riferisce di aver lasciato definitivamente il lavoro per la nascita di un figlio; molti di più, il 31,2%, conoscono qualcuno che lo ha fatto. Per il 6,7% la rinuncia a lavorare conseguente alla nascita di un figlio è stata temporanea; il 36,6% ha parenti, amici o conoscenti che hanno smesso di lavorare per qualche tempo. La propensione a lavorare all’estero, soprattutto in cerca di migliori condizioni economiche. Quasi la metà dei lavoratori italiani (47,3%) ha valutato, più o meno concretamente, l’eventualità di un trasferimento lavorativo in un paese straniero; in particolare, il dato si divide tra chi ci ha pensato ma alla fine ha deciso di non farlo (16,2%) o non ha potuto farlo (14,9%), chi lo ha fatto per un periodo (quasi un decimo, 9,9%), chi, infine, ha intenzione di farlo in futuro (6,3%). Sono soprattutto i laureati ad aver considerato l’ipotesi di lasciare l’Italia per lavorare fuori dal Paese (non ci ha mai pensato la minoranza, 44,8%)". "La ragione che avrebbe spinto quanti hanno pensato di andare a lavorare all’estero – analizza l'Eurispes – è stata la possibilità di poter ottenere migliori condizioni economiche (28,2%). A seguire: conseguire più sicurezza e stabilità lavorativa (17,8%), avere più possibilità di trovare lavoro (17,5%), perché all’estero ci sono maggiori opportunità di crescita professionale nel settore di interesse (16,2%) e, con valori minori, perché un’esperienza professionale all’estero rende più competitivi sul mercato del lavoro (11,9%) o, infine, altri motivi (8,3%)". —lavoro/datiwebinfo@adnkronos.com (Web Info)
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